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Una squadra in D e qualcosa da festeggiare

In un periodo di umore un po’ mesto, da cambio di stagione, avevo bisogno perlomeno di avere qualcosa da festeggiare, una di quelle cose con molte bandiere e in un luogo pubblico. Va benissimo anche una promozione in serie D, se è della squadra del mio paese, vabbe’ mi accontento. Fa niente se mi ritrovo pure con un’abbronzatura facciale bicolore nuova di zecca, composta da una mezza faccia arrostita dal sole e un’altra mezza faccia ancora vagamente pallida, per via dell’unica crema solare rintracciata in casa stamattina al momento del mio debutto balneare, una di quelle protezione 32 o forse più, in pratica una specie di burqa spalmabile, poi applicata un po’ alla rinfusa sulla pelle. Dermatologicamente bicromatico e tuttavia con addosso una camicia rossa a bottoni bianchi, come i colori della squadra di paese, me ne sono andato allo stadio.

A vedermi l’ultima del campionato di eccellenza regionale. D’altronde lo stadio comunale sta a due passi dalla spiaggia. Il campo sportivo s’è pure rifatto il look, da quando la nostra squadra cittadina è salita di girone. Un po’ d’anni fa era una palude fangosa d’inverno e una duna sabbiosa d’estate, con pochi e solitari ciuffi d’erba. Ora hanno piazzato un bel tappeto di erba sintetica, di un verde perfetto, con la pista rossa d’atletica intorno. Visto dal balcone di casa mia lo stadio sembra come quei paesaggi d’inverno dentro le bottiglie quando le capovolgi e scende la neve. Sugli spalti, e pure sui terrazzi circostanti, c’era mezza città. Tutti s’erano preparati come per andare a una festa fuori porta. Telecronisti ambulanti trascinavano auricolari e parole. Sindaci eletti per un tiro di traversa recitavano gli scongiuri. Arzilli vecchietti azzardavano passi di danza nell’attesa di un miracolo. Palloncini e vessilli svolazzavano a profusione. Una vecchia 500 bianca ricoperta di bandiere faceva il giro del campo. Cori contro i vicini di paese, a un punto di classifica. Un enorme striscione veniva srotolato sulle teste degli spettatori, mentre lo speaker invocava con apprensione: “in quel momento vi prego di non fumare!”. Alla fine abbiamo vinto. Come, già lo ricordo vagamente. All’inizio la squadra non carburava, gli attaccanti dai piedi buoni ma dal cattivo carattere perdevano occasioni, i difensori cincischiavano un po’ troppo. Nel primo tempo ci toccò pure un gol annullato per fuorigioco. E subito dopo il portiere biancorosso decise di attentare alle coronarie di tutta la tifoseria mettendosi a controllare malamente la palla a due passi dalla porta e infine servendola a un attaccante avversario, uno che faceva pure di nome Viscido, che per fortuna non l’ha imbroccò in rete. So che a un certo punto, all’inizio del secondo tempo, segnò un tale Festa, un nome un programma. Ancora troppo presto, pensai. Il gol senza ritorno glielo infili a sei minuti dalla fine, non così presto. Non è andata così: anche i miracoli si attribuiscono limiti.

“Jamm’, che gliu’ purp è cuott” incitava un signore alle mie spalle, come dire: svegliamoci, che il polipo è cotto, quando ormai mancava poco alla fine. E infatti verso la fine nessuno ci capiva più niente: dagli spalti si divertivano a imitare il triplice fischio finale dell’arbitro, e qualcuno in campo ci cascava pure, il portiere cominciava a festeggiare e il vecchio allenatore lo rincorreva per menarlo: “che cazzo fai deficiente, mica è finita, siamo seri!”. Qualcuno ci credeva pure in tribuna al finto fischio: in molti facevano un salto e cercavano qualcuno da abbracciare. Poi l’arbitro ha fischiato davvero, e tutti hanno avuto – come in un grande pentolone collettivo – il loro motivo per gioire, il Gaeta in serie D dopo un quarto di secolo o chissà. Devo fidarmi di più del mio radar: a volte sente in anticipo gli ombrelli di Altan, ma anche il sole dietro le nuvole. Anche l’umore da cambio di stagione può sembrare superabile senza troppe difficoltà. Si può essere come il protagonista di “Fight Club” e stare bene andando alle riunioni di quelli (alcolisti, drogati, malati terminali) che stanno peggio o cercare di star meglio lasciandosi contagiare da quelli che sono felici. Per le strade cittadine una fila di preti in testa alla processione di un santo si volta stupefatta, superata senza remore da un carosello di clacson e strepiti e bandiere. “Ah, qualcosa da festeggiare, era ora” mi dice un mio amico.

Luca Di Ciaccio • 4 maggio 2008


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