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I sogni finti del Moro

Qualche volta mi è capitato di passare in via Fani, angolo via Stresa, quadrante nord-ovest di Roma. Ci abitava una mia amica, se ricordo bene. Posavo per pochi attimi lo sguardo. Riportavo alla mente con trepidazione la ricostruzione dell’assalto, i brigatisti con divise da aviatori, la famosa mitraglietta Skorpion, il presunto Tex Willer, l’agente segreto che guardacaso passava di lì, le armi difettose, la quantità di spari, il sangue, i morti, le varie automobili usate. La tragica rottura dell’ordine quotidiano di una strada, di un quartiere. Qualcosa del genere avevo trovato in un articolo sull’argomento, in una citazione dello scrittore di polizieschi Peter Handke, in un suo libro intitolato “L’ambulante”: “L’ordine è fatto del respiro che si trattiene prima di un grido”. E ancora: “Prima del delitto, l’ordine sembra addirittura disordine”. Dopo il delitto, segue ogni volta il riordino del disordine precedente: il brulichio della vita corrente, quotidiana, abitudinaria, la nostra.

Le macchine continuano a sfrecciare nei due sensi, tra le palazzine anni Settanta. Senza far molto caso alle lapidi commemorative. Intanto scorrono decenni, testimonianze, scaffali di libri, memoriali, archivi da riaprire, vite spese invano, gocce di memoria, e ancora nessuno riesce a trovare la chiave del più incredibile psicodramma politico dell’Italia repubblicana. Fino a quel corpo avvolto in un cappotto grigio dentro il cofano di una Renault 4 rossa, come in una tomba postmoderna, a due passi dai vecchi palazzi della Dc e del Pci. Quando Aldo Moro, prigioniero delle Br, cominciò a implorare una trattativa, un compromesso per salvarsi, per non lasciare sola la sua famiglia, in molti pensarono che così calpestava la ragion di Stato, sottomettendo la salvezza dei principi al suo singolo umanissimo scampo. Altri invece cominciarono a pensare che non esisteva uno Stato nel cui degno nome invocare la fermezza, senza sapere a quale dei suoi doppi o tripli livelli aggrapparsi nel momento fatale. Speculare appare oggi la fermezza tra apparati ideologici: i comunicati delle Brigate Rosse e le dichiarazioni dei partiti di governo esibirono una comune autonomia della politica dalla vita umana. Qualcosa che allora si ruppe. E chissà se la stessa ricerca poliziesca e giudiziaria di un “Grande Vecchio” che muovesse le fila del gioco, non era che “l’insoddisfazione estetica di fronte a un’epica troppo banale”. Alle stesse misere vite, con arredamenti tristi e borghesi, dei brigatisti in clandestinità. Ha scritto la residente ufficiale delle Br, Anna Laura Braghetti: “avevamo raggiunto il cuore dello Stato, e non ci capivamo niente”.

C’era qualcosa di ambiguo in quei guerrieri senza guerra, qualcosa che non posso capire io che non ho vissuto quegli anni di piombo dove normalità e furore procedevano in parallelo, o incastrati l’una nell’altro. Dove giovani si ammazzavano per strada in nome di un rosso o di un nero mai provato. Dove un giovane brigatista poteva essere invitato in un salotto di docenti della Cattolica, ansiosi di ascoltarlo, e lui allora si toglieva la pistola dalla cintura, la posava in bella vista sul tavolo e si metteva a spiegare la rivoluzione allo stato nascente. Dove i brigatisti in gabbia al processo, i padri fondatori del terrore, come raccontava Giorgio Bocca, “non avevano il physique du rôle, erano identici ai nostri figli, avevano delle fidanzate e delle mogli simili”. Dove per tanti anni ai cancelli delle fabbriche, una buona parte della classe operaia si occupava delle sue pene, dei suoi bisogni, non delle Brigate Rosse, “e che ne uccidano dieci di Casalegno”, “quando muore uno dei nostri nessuno di voi si scomoda”. Che confusione emotiva e cospirativa. Oggi servirebbe una sconfinata banlieue, volendo intitolare una via a ogni caduto di quella guerra mai dichiarata, e magari una piazza o largo a ciascuna strage: treni, banche, stazioni, abitazioni, magistrati a piedi e in macchina, manifestazioni, cortei.

Luca Di Ciaccio • 9 maggio 2008


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