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Il contagio delle borgate

“Si c’è ‘na cosa bella, qui alle Torri, è il panorama”. Ci si può rilassare, dal dodicesimo piano di un palazzo di borgata, verso le sette di sera. Oltre il pulviscolo delle periferie estreme c’è un tramonto scenografico, col rosso stratificato, colori da videogioco, da indiani e cowboy. “So’ tanti che vengono a fà ricerche sulle borgate, e io je dico sempre famo a cambio… si volete capì qualcosa delle borgate, ce venite a stà du’ anni e io me trasferisco a casa vostra”. Così dice un personaggio de “Il Contagio”, ultimo romanzo di Walter Siti, dopo quello sui troppi paradisi. Poiché, sostiene l’autore, “il mondo sta diventando un’immensa borgata”. Pensionati statali in caduta libera, giovani coppie precarie, pakistani in ascesa. Quartieri oltre il raccordo per manager di medio livello, villes nouvelles verso il mare o i castelli, ma grotte a due passi popolate da nomadi. Strade diventate fighette, appaiono maturi i tempi anche per un sushi-bar. Passare dallo spaccio all’immobiliare alla finanza, certi di sfondare, dopo essersi fatti le ossa nel business più duro. Fare le ammucchiate, ma anche far conoscere la moglie all’amante. Un altare alla dea Kali eretto dagli immigrati bengalesi in via della Maranella, un lieve tanfo di macelleria tra i fiori arancioni, l’ironia dei romani (“la dea kalì, che magna riso e caca supplì”).

La ricerca di segni di aristocratica modernità, lussi che ti puoi permettere, diciamo pure democratici, come le auto di grossa cilindrata, come le mutande di Dolce e Gabbana, come un tiro di coca al tavolo della cucina. Il consumo diffuso di coca, unico carburante di una vita grama, via prediletta all’escalation quotidiana (in fondo “la società dello spettacolo è una cocaina a lento rilascio”). E con in tasca un piccolo frammento, un sacchettino da un grammo, seduti al bar, sentirsi quasi partecipe, complice, di un immenso potere, “perché coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia puoi fare tutto, anche comandare e fare i film”. Mentre le grandi organizzazioni (“Loro chi?”; “Nun lo pòi sapé”) coltivano l’utopia finale dello spaccio parcellizzato, dove ognuno è pusher di qualcun’altro. E intanto sfumare senza ritorno i confini tra bene e male, tra prostituzione e disponibilità, tra omo e etero. Fare “gli impicci” per campare. Coltivare coscienze traforate: “ciascuno, nel suo piccolo dominio, si illude di avere commercio con un dio”. E in mezzo a noi le altre razze che sono arrivate davvero, e non sono solidali tra loro, tendono a salvarsi per vie individuali. La sera, lontani davvero dalla città, in quelle palazzine dell’Ina Casa che Pasolini chiamava “altari della gloria popolare”, restare in contatto con la chat, l’Msn, o spararsi un dvd sul tv al plasma. A un certo punto del romanzo Mauro, piccolo spacciatore, scaraventa sul grugno della borghesia intellettuale di sinistra tutta l’acrimonia di una plebe di destra finalmente libera di compiacersi tale: “Vi rendete conto che non fate altro che proibire? Non l’avete ancora capito che la gente vuol partecipare allo schifo?”.

Sostiene Siti che l’appassionata analisi di Pasolini, vecchia di trent’anni, andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) “imborgatando”. Alla fine “l’agognata immersione nella realtà si rivela un tuffo in un’irrealtà fossile e attualissima”. Le periferie non sono altro che “una sterminata sala d’attesa, una folla brulicante alla fermata delle astronavi”. Ma il trenino che va verso quelle zone estreme ha un carico umano oggi non troppo diverso da quello che Pasolini raccontava nella sua poesia, una povertà diversa – e zingari e neri e temibili rumeni, a volte solo mignotte persino più tristi di Mamma Roma che vanno al lavoro – tutto dentro un’umanità che pure cerca di rompere il cerchio, prova a mutare la sorte, così che a volte ci riesce e quasi sempre no. Tanto si gioca al giorno d’oggi su questa sottile paura, sull’alito cattivo che arriva al cervello, “e nessun festival del cinema annulla per sempre l’ansia di chiudere la porta di casa dietro di sé”.

periferie

Luca Di Ciaccio • 19 maggio 2008


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