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Mas (que nada?)

Nelle pause tra una lezione e l’altra, mentre scorreva l’ultimo trimestre tra poca voglia di fare le cose e molta di finirle e passare ad altro, scivolavo via delle aule universitarie del secondo piano e dal mercato rionale del piano terra, e andavo a farmi un giro. Attraversavo i portici di piazza Vittorio, a passo veloce, depistando i banchetti dei cartomanti, le luci al neon dei negozi cinesi, gli edicolanti scorbutici, le grosse signore dalle lunghe vesti arancioni affaticate dalle borse della spesa, i piccoli spacciatori dei giardini, i petulanti comitati di quartiere con la bandiera italiana, i poliziotti in pensione, i pochi negozi di abiti da matrimonio ridotti ormai a pezzi di antiquariato, pura sopravvivenza di un’altra epoca, fino a che non sollevavo lo sguardo e non cambiavo pensiero, attirato dalle luci intermittenti di Mas.

I vecchi Magazzini a via dello Statuto, dietro la stazione Termini, sono sempre lì, con le loro mercanzie perennemente in saldo, uscite dritte dritte da un baule dimenticato da almeno due decenni, o ancora prima. Si entra da Mas come fosse un bosco multirazziale, un decrepito eppure inaffondabile altare del genere umano popolare, nella sua versione romana all’insegna del melting pot, comprese certe sue merci predilette, anche quando queste appaiono scadute davanti al susseguirsi isterico delle mode. Da Mas vanno i ceti popolari, gli immigrati, i nuovi poveri, toccando e valutando attorno ai banchi si incrociano formose nigeriane, piccoli cinesi, arabi riccioluti, turgidi donnoni che a Baia le madri ancora chiamando Fernando, pie donne con il chador e uomini baffuti e olivastri, bambini di tutti i colori, ma pure tanti italiani con pochi euro in tasca, ma da Mas ci vanno pure certi fighetti desiderosi di scoprire un mondo esotico. Come ha detto lo scrittore sinceramente democratico Marco Lodoli, i grandi magazzini Mas, specialmente con tutto quel loro carosello di variopinte bandiere planetarie che penzolano all’ingresso, sono davvero “una sorta di Onu dei disgraziati”. L’indefessa varietà e la sopravvivenza della specie sono assicurate da calze, mutande, felpe, mutande, pantaloni, ancora felpe, ancora mutande, calzini, pedalini, collant e mutande ancora. In alto alle pareti ecco i quadri che mostrano il vecchino con la pipetta o il bambino in lacrime. Dal soffitto scendono vetusti lampadari asburgici. Con la scala mobile si ascende verso il paradiso grigioverde: giubbe militari, coperta tattiche, anfibi, mutande sempre più tattiche, teli mimetici, giberne, calzettori, sahariane. Oppure si può scendere nelle vaste estensioni del sottosuolo, dove trovare scampoli di stoffa da esercizi commerciali andati falliti, pupazzi simil-disneyani di ogni specie, bigiotterie e ori, scorte immense di piatti in ceramica forse direttamente invenduti fin dagli anni settanta, a causa di legioni di figliole di provincia improvvisamente converite al femminismo mandando all’aria tonnellate di corredi.

Non so perché Mas mi mette di buonumore. Sarà per i banconi ricoperti di stracci e perline, con le commesse con la permanente che indossano grembiuli, però dotate di una vista tipo quella di Superman, capaci di individuare in un attimo il cliente infedele che voglia ficcarsi sotto il giaccone un maglione non pagato o una borsetta sbrilluccicante. E se per caso gli chiedi dove sono i calzini ti rispondono: “e che cazzo ne so…”. Ricordo ancora, da piccolo, le vecchie pubblicità di Mas sulle tv locali, dove troneggiava il benemerito Alvaro Vitali col berretto da Pierino. Ora rimpiazzato da Antonio Zequila, detto er Mutanda, di provenienza Isola dei Famosi. Per la sua peculiarità di porto di mare Mas si conquistò pure la location del videoclip del rapper Piotta, l’autore di “Supercafone”. Girovagando per i magazzini di Mas, come ha scritto Fulvio Abbate nella sua guida su Roma, si avverte “la persistenza, sia pure riveduta e corretta alla luce al neon, di un mondo nel quale brillano le diseguaglianze, dove c’è il popolo di Mas e il popolo, metti, di via Belsiana o di via Cola di Rienzo”. Proprio così. Insieme all’inevitabile idea di essere tutti sotto lo stesso cielo. Riattraversavo la piazza per tornare a lezione, senza aver comprato nulla. Pensavo che forse sarebbe stato meglio abbandonare le questioni troppo ampie e ritrovare le storie personali… Forse in Mas, come in certi negozi di venditori di tappeti, si nascondeva il segreto della sopravvivenza: fallire, o fare finta di fallire, ad ogni stagione, per poi ricominciare.

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Luca Di Ciaccio • 10 giugno 2008


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