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Tra civici e delusi, la città dei bamboccioni

Questa città aspetta sempre qualcuno. Poi però si scoccia velocemente. “Allora come stai, ci sono novità?” mi dice il sindaco facendomi entrare nel suo studio. E prevenendo la mia stessa inevitabile domanda. Ha un vestito blu, si vede che ha un appuntamento importante. “Piuttosto, hai un’intervista da darmi prima o poi” gli dico. Quando vuoi, mi fa. Poi gli portano un pacco alto così di carte da firmare. Delibere. “Guarda qui, mi tocca mettere la firma su tutto, anche sulle lampadine dei lampioni”. È così che, va gli faccio. Un manipolo di giovani marmotte, ardimentose e sconosciute ai canoni della politica, conquistò a sorpresa il Fort Apache del municipio del paesone gaetano e poi si incagliò sulle delibere. “E mi tocca aspettare certi funzionari…”. Non ci sono trucchi ed effetti speciali che tengano.

“Comunque resto impermeabile alle critiche, si va avanti, se mi fanno andare avanti, altrimenti sarà peggio per questa città” dice. Appesi alle pareti le foto del gemellaggio col suo collega americano, il major di Sommerville. “Beato lui – sospira – mi ha detto che lì in Massachusetts non ha nemmeno un consiglio comunale a cui rispondere”. Invece qui, provo a ribattere, mica è facile fare gli americani. E poi la giunta troppo omologata, gli ostacoli della burocrazia, lo spoil system che fatica ad imporsi, Matarazzo in consiglio comunale che rompe le scatole. Ma anche le numerose retromarce su decisioni già prese, le idee strategiche sacrificate troppo spesso agli impicci quotidiani, la velata tendenza ad incolpare altri per ciò che non si riesce a fare. “Ma no, che dici, la maggioranza silenziosa…”. La cita a un certo punto, con aria sicura, per dire che ecco, quella sta con noi. Dalle finestre si vede la piazza assolata. Si avverte la presenza di un impalpabile muro a ridosso del quale sembrano svanire i buoni propositi, e anche le larghe maggioranze più o meno vocianti. Forse ci si rende conto che governare è cosa più difficile di quanto appaia nello show biz della campagna elettorale. “Come ti sembra questa città, come la vedi?” mi chiede a un certo punto il sindaco. Accanto a me compare la sua segretaria. Pare chiederlo anche a lei. Lo dice come se fossimo due concorrenti di uno di quei quiz a premi che mandano nelle televisioni locali prima dell’ora di cena. Lo dice come se potesse svelarci il significato dell’universo.

Fuori ci si prepara a una nuova stagione estiva. Esco al sole, guardo il mare, pure quest’anno bandiera blu. Gaeta è città abituata agli assedi. Ne ha contati quasi una ventina nella sua lunga millenaria storia. Con vari episodi di resistenza, a volte eroici. Sempre la metafora dell’assedio è usata anche oggi dai cittadini gaetani per spiegare le loro mosse, comprese quelle più dissennate. Un luogo comune nel quale si ama ritrovarsi. È un assedio quello delle antenne “straniere”, di Pomezia per la precisione, che piombano sulla cima di Monte Orlando per sfrattare la telestreet cittadina Tele Monte Orlando. È un assedio quello della vicina e più furba città di Formia che dopo averci preso tante strutture economiche e servizi sta per prenderci anche l’ospedale, reparto dopo reparto. È un assedio quello del porto, coi cantieri che non riscono a trovare spazio e con l’Authority di Civitavecchia che sottrae alla città margini di decisione. È sempre stato vissuto come un assedio finanche quello dei turisti, specialmente se di provenienza napoletana e casertana, che vengono fin qui (sempre meno a dire il vero) a turbare la tranquillità degli abitanti e ingolfare il traffico delle (insufficienti) strade. E pure i “politici di professione”, la “casta” bipartisan che riempiva il consiglio comunale fino a un anno fa, altro non era stata dipinta che come la responsabile di un assedio, politico e civile, che tarpava le ali ai destini della città. Tuttavia se si va a studiare bene i libri di storia si scopre che Gaeta non è riuscita a resistere quasi a nessuno dei suoi assedi. Si vede che era una terra di conquista relativamente facile. Probabilmente lo è tuttora. Dunque è una città che si vende per poco? Una città dai poco sani principi morali? Forse una città dai facili costumi?

Dietro ogni assedio, a guardare bene, si nasconde l’altro lato di Gaeta. È il lato da cui gli assedi si perdono, o soprattutto si combattono male. Gli acchiappa-frequenze romani dal curriculum poco chiaro, lesti nel sostituire la famosa tv cittadina con un’insignificante emittente che fa televendite di materassi e inchieste sui marciapiedi di Ardea, si è scoperto in Tribunale che sono stati chiamati qui da ben indentificate persone di Gaeta, un antennista concorrente. L’ospedale per cui oggi si organizzano sceneggiate con politici e amministratori di ogni colore che svuotano un camion delle suppellettili destinate al nosocomio formiano, oppure per cui si fanno manifestazioni in cui stormi di vecchietti giustamente incazzati reclamano a gran voce di non trasferire il reparto di pediatria, ha il suo destino segnato da anni di progressivo ridimensionamento e pianti sul latte versato, giunta dopo giunta. I fautori del porto gaetano e dei suoi sfilacciati cantieri, ormai sopravanzato da Civitavecchia e pure da Fiumicino, non possono che prendere atto di deficit strutturali decennali e mai risolti, che ora obbligano la marineria gaetana a vivere degli scarti del presente e al massimo, notizia di questi giorni, sperare in una benevolo e un po’ tardivo riconoscimento di “Repubblica Marinara” con appena ottocento anni di ritardo (di questo passo forse nel 2700 ci riconosceranno anche come Autorità portuale autonoma). I famelici turisti napoletani e casertani di cui pure ci si lamenta sono gli stessi a cui tante case si sono affittate, chiudendo un occhio sul sovraffollamento di inquilini e sulle tasse da pagare, e grazie ai quali tante tasche si sono riempite. E spesso si è trattato di tasche di albergatori e operatori che reclamano più investimenti sul turismo ma sono pronti ad azzannare se qualcuno gli parla di liberalizzare licenze e costruire nuovi alberghi, oppure di proprietari che vorrebbero costruire altre case ma quelle che hanno le tengono sfitte. Pure l’assedio della “casta” politica, qualunque essa sia, a un anno dalle elezioni non si sa più da che lato prenderlo. Spente le luci delle convention elettorali, calato il buio sui pacchi da scartare e sugli occhi dipinti da guerriero, resta la realtà dei problemi del quotidiano amministrare. Succede così coi miei concittadini gaetani: a furia di parlare di assedi non ci accorge che intorno a sé è rimasto solo il deserto dei tartari.

I posti da cui vieni ti fanno sempre questo: vogliono inchiodarti ai loro anni ciechi e sordi, alle loro stupide cantilene, alle ambizioni raccontate male, in quello stare a guardare per cogliere l’esatto momento in cui si mette il piede in fallo. Adesso a Gaeta è nuovamente in voga, come sempre, parlarsi male e parlarsi addosso. Ci si siede e ci si contempla nello specchio del proprio vittimismo. Prendersela con quella gaetanità da “razza caina”: un pentolone dove qualunque cosa metti a cuocere nulla vedrà la luce, a parte le tielle. Il dividersi in tribù, arrivare in paese e subito sentirsi chiedere: “e tu a chi appartieni?”. Una città svogliata, pronta ad amare il forestiero che si illude di risanarla, ma subito disposta a spernacchiarlo al primo passo, magari alle sue spalle. Progetti, grandi o piccoli, giusti o sbagliati, che si arenano sulle secche di una verbosa torre di Babele. In questo posto non si ricorda nulla che i suoi cittadini abbiano autonomamente costruito da trenta e più anni a questa parte. Le ultime opere degne di questo nome risalgono a mezzo secolo fa e sono attribuite al sindaco democristiano Corbo. Quello che per liberare la città dall’assedio – tanto per cambiare – dei vecchi e decrepiti bastioni borbonici decise di farli saltare in aria col tritolo per farci passare sopra un nuovo lungomare. Tempi eroici, o forse solo folli. Lo stesso, Corbo, che una volta disse che “i gaetani sono nati col senso di colpa”. Le città limitrofe, dicono tutti, vanno avanti, Gaeta invece resta al palo. Si sa, ogni paese crede di essere il centro del mondo. Gaeta non fa eccezione. Ma a conti fatti è troppo simile al mondo, e alla nazione, che la circonda. Viviamo in tempi di incertezze, morali prima ancora che economiche. Un tempo di sfide spietate, dove lo spettacolo si confonde con la realtà. Corriamo ai ripari, e cerchiamo qualcuno con cui prendercela. Siamo cittadini poco comunitari, uomini soli e spesso con scarsa coscienza civica. Prima o poi anche i gaetani eternamente sotto assedio si guarderanno allo specchio e capiranno che i nemici sono loro.

E intanto, attorno alle marmotte del governo civico si riorganizzano le vecchi volpi dei partiti. Anche per loro vale quella strofa dell’ultima canzone di De Gregori: la sinistra era paralizzata, mentre la destra lavorava, parlare e razzolare insieme. Fioriscono pure associazioni e comitati, uno per ogni causa, per ogni nobile battaglia di quartiere o di pianerottolo. È la riscossa della partecipazione, dicono gli ottimisti. A me veramente sembra una guerra civile strisciante, e no, lo ripeto, non parlo solo di questo piccolo paesone. “Non è per questo modo di governare che tale maggioranza ha avuto l’imprimatur degli elettori” ha scritto il seguitissimo commentatore Lince su Telefree tracciando un bilancio del primo anno della giunta Raimondi. “Si ha piuttosto l’impressione di un continuo ondeggiare, di un un continuo tessere tele che non vedranno mai la luce, di un perenne barcamenarsi alla continua ricerca di una sponda. Una specie di locandina teatrale che perennemente si aggiorna ma senza che nessuna piecè vada mai in scena”. La città aspetta. Il governo dice di aspettare. Il capitalismo ha i secoli contati. Difficile resistere all’idea di siglare il verdetto per cui le nostre giovani marmotte municipali siano davvero i “bamboccioni” né adolescenti né adulti deprecati da un impopolare ministro delle Finanze qualche mese fa. Tutti, calciatori o soubrettes, sindaci o manager, quando falliscono un’impresa sibilano dentro un microfono che “noi non dobbiamo dimostrare niente a nessuno”. Senza aver capito che, di questi tempi, ogni giorno c’è da dimostrare tutto.

Luca Di Ciaccio • 16 giugno 2008


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