Ludik

un blog

Andare lenti, andare veloci

Vado troppo veloce. Faccio più cose insieme, le lascio spesso a metà, nel frattempo ne penso il doppio, e ne tengo sotto controllo altre. Non ho più tempo. Anzi, mi spiego: non ho più “un tempo”. Molti di noi non lo hanno più. Basta darsi uno sguardo attorno per accorgersene. Abbiamo mille tempi frammentati e accavallati. Non siamo più in grado di destinare a una singola occupazione più di 15/20 minuti consecutivi. Iniziamo a leggere un libro e lo lasciamo dopo 13 pagine. Accendiamo il pc, intanto prepariamo il caffè, rispondiamo a un sms, ci tagliamo le unghie, più o meno negli stessi minuti di pausa, e poi una volta acceso controlliamo la posta e teniamo aperte una decina di finestre sullo schermo, finché non sentiamo puzza di bruciato, e scopriamo di avere dimenticato il caffè sul fuoco.

Non riusciamo più tanto bene a tenere in mente le cose: le abbiamo tutte sul computer, sul cellullare, o a portata di Google. Sappiamo sempre che ore sono. Con precisione digitale. Una volta era le dieci e un quarto, oggi sono le 10 e 13. I nuovi lavori flessibili e precari aboliscono la rigidità dei vecchi orari, però moltiplicano gli impegni, le scadenze, le ansie. Affidiamo all’ubiquità della Rete troppi nostri sospiri: “Ma che cazzo fai?” chiede un uomo in mare al suo amico seduto nel canotto col pc sulle gambe, “Mi collego, non vorrei che il mondo si scordasse di me” risponde quello. “Il mio vicino di casa – scriveva Luca Sofri in un suo articolo sull’argomento – la mattina esce sul pianerottolo, chiama l’ascensore, torna in casa, si mette il cappotto e saluta i bambini, esce in tempo per entrare nell’ascensore”. Alcuni studiosi profetizzano l’apocalisse da multitasking: l’attuale inclinazione a svolgere più attività contemporaneamente ci porterà a esplodere per carenza di attenzione. Le pubblicità tecnologiche ci promettono più velocità come sinonimo di libertà. Invece, a conti fatti, ci offrono nuove schiavitù. La velocità bisognerebbe amarla come la amarono i futuristi. Zang tumb tumb. Bisognerebbe averci il fisico e l’indole. Il più delle volte ci limitiamo a subirla. Così veloci e così immobili: sempre seduti sulla solita sedia, di fronte al solito pc, ma connessi sempre più veloce. Ogni tanto ci sorprendiamo a sognare un black out. Tuttavia non riusciamo lo stesso a rimpiangere la società bene ordinata, gli orari bene impilati, le giornate ben scandite dell’Organizzazione Colletiva. Se ingurgitiamo bulimicamente il tempo fino a scoppiarne, magari è solo colpa nostra. Sfruttatori di noi stessi.

E dunque. Mi accorgo di correre troppo. Provo a rallentare. Andare lento. Quando cammino a piedi, ultimamente mi capita spesso, mi accorgo della discrasia perenne fra distanza reale e distanza percepita. Da qui a lì ci vorranno cinque minuti, pensi, ma sei abituato a farli su una macchina a motore, magari passando col rosso al semaforo se hai fretta. Labile a volte è la soglia tra chi afferra il suo tempo e chi se ne lascia afferrare. “Quando percorro a piedi trenta chilometri al giorno – dice Régis Debray – calcolo in anni il mio tempo; quando in aereo ne faccio tremila calcolo in ore la mia vita”. Voglio andare lento. Mettere una mano in una tasca sola. Incontrare cani senza travolgerli. Portarmi dentro i miei pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada. Bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. Sostare nella stazioni intermedie, o su un lungomare, davanti a un passaggio a livello con gente che aspetta o a una persiana con occhi nascosti all’ombra. Voglio imparare a camminare senza correre, conoscere la mia velocità. E poi non voglio fermarmi, sapendo che davanti c’è chi aprirà i suoi occhi per guardare dentro i miei e provare a vedere il riflesso, e sapendo che tutto questo mi lascerà stordito come già sono un po’ adesso. Senza esitare perché in questo momento non bisogna attendere niente e nessuno.

Luca Di Ciaccio • 19 luglio 2008


Previous Post

Next Post