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Libertà e camminate

Chiedi in giro cosa basta per sentirsi a posto con la propria vita. “Basta un po’ di libertà” ti dicono. La vita è un viaggio lento, ragazzo mio. Più lasci che lei decida per te, più lei ti uccide. Si straparla di libertà, a quanto pare. Non c’è partito politico che non abusi del termine, non c’è pubblicità che non ne prometta a chili, non c’è punizione che non ne comporti la terribile perdita. Poi chiedi a qualcuno cos’è la libertà e quello ti risponderà con aria sorniona che “be’, è poter fare quello che vuoi”. Così anche la libertà si trasforma in un privilegio, se io sono libero di fare quello che voglio, sono libero automaticamente anche di rendere te “non-libero” di fare qualcosa.

La libertà, di solito, va guadagnata. Ma a spese di chi? La religione, il liberismo, l’illuminismo, la superstizione, il superomismo, gli eroi, tutte queste menate qui, forse alla fine non fanno altro che distrarci. Distoglierci l’attenzione. Libertà, allora, è poter cambiare il mondo. Giusto quel tanto che basta per tentare di ottenere dalla vita ciò che si è pensato. Un tentativo, un compromesso, per vivere. “Sei in un tunnel? Arredalo”. La libertà è il valore più sopravvalutato: per lo più non sappiamo che farne, siamo tutti come quei tedeschi dell’est il primo giorno oltre il Muro, di cui ho letto una volta che si erano messi in fila davanti a un cinema per vedere “Sesso, bugie e videotape” credendolo un film porno. Mi vengono in mente i versi del poeta Victor Cavallo, recentemente scoperti: “A immaginare una vita ce ne vuole un’altra, già pronta a disperdersi, già pronta a non restituirsi niente e dimenticarsi anche le parole”. Come a dire che per andare a fondo della propria immaginazione, per attardarci nella foresta al di là del nostro naso, rischiando di finire chissà dove, occorre poi la sicurezza di poter tornare indietro. E’ difficile conquistarsi l’abilitazione a cercare e trovare strade non tracciate, verità non rivelate.

La libertà sta lì, come un’altra vita. Ogni tanto ripenso a un racconto di cui ho sentito parlare, “Il nuotatore” di John Cheever. E’ la storia di un uomo che percorre in un giorno l’intera contea di Los Angeles a nuoto, di piscina in piscina. In un clima già fresco d’autunno, in preda a un’angoscia che non riconosce ma che lo stordisce, quest’uomo in costume da bagno varca cancelli, si mischia a feste private, beve al volo bicchieri di scotch e nuota, emerge, si rituffa, nuota di nuovo. Per esempio. Cominciare a camminare, a piedi, è già un’affermazione di libertà. I pensieri spigolosi che si smussano da sé, consumati dal sentiero, finché il sole non scende giù. Se si è da soli si vagabonda. Se si è in due si va sempre da qualche parte. Poi magari si finisce per perdersi. La stanchezza ha la facoltà di rivelare cose che nella normale attività, con il ritmo di sempre, non si riuscirebbe a vedere. Sono le cose che accadono in fondo, quando abbiamo camminato abbastanza, o amato o scritto abbastanza. La comodità affonda nell’ovvio come in un divano. Per sentirsi liberi, appena un attimo, occorrono piccole aritmie.

Luca Di Ciaccio • 21 luglio 2008


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