Ludik

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Conoscerete i vostri passi

E così siamo arrivati. Questa traversata è volata via veloce, dico a Simone, è come se avessi camminato per appena cinque giorni. E lui: pensa te, a me è sembrato di non essere nemmeno partito. In realtà io ho davvero camminato così poco, la marcia tanto agognata alla fine l’ho vissuta quasi sempre al telefono e via blog, seduto su una sedia coi piedi sdraiati e fasciati, maledicendo un paio di scarpe sbagliate. Simone invece ha deciso di continuare, mi è sembrato un eroe anche se giustamente è una parola che non gli piace, e poi in fondo noi volevamo solo camminare.

E dunque rieccoci qui, ad avanzare appiedati sotto il sole di un sabato d’agosto. Da mare a mare, dalla costa del Tirreno alla costa dell’Adriatico, e ora che la collana della nostra impresa è quasi tutta srotolata, vista da vicino o vista da lontano, non abbiamo ancora tanta voglia di pensare a cosa possa significare, per noi o per gli altri. Come direbbe lo scrittore, e gran camminatore, Enrico Brizzi: “Non sei partito per conoscerti meglio, o conoscere meglio i tuoi amici. Volevi disconoscerti, se mai. Dimenticare il tuo nome e restare solo con la fatica e la gioia”. So ancora che si può. So ancora che occorrono scarpe buone. Soprattutto non dimenticherò mai che i piedi sono importanti. E che il bagaglio deve essere leggero, quando si salta in terre incognite bisogna buttar via l’inutile. E’ stato lì che ho fatto il mio errore capitale: scarpe sbagliate e poco usate, zaino pesante. Prime tappe dalla lunghezza e dall’organizzazione mal calibrata nel nulla della campagna laziale, tra ferrovie abbandonate e covoni di grano. Il ritiro forzato a Ronciglione, quarto giorno, stroncato dalle vesciche infette. Il ritorno ad Ascoli Piceno, terzultima tappa, con i piedi ancora convalescenti.

Nel frattempo Simone ha continuato, alleggerendo lo zaino, buttando via la tenda, prima in compagnia di Elisa, la ragazza, poi con Marco, il padre. Nel mezzo: suore in preghiera all’alba o con la carta dei prezzi al tramonto, strade e sentieri, tir che corrono sulle provinciali come fossero in autostrada, podisti di mezz’età contenti di incontrare “ragazzi a cui piace la fatica”, torrenti popolati da praticanti del rafting e cocomeri in loro attesa, maniaci nottambuli da ostello, superman disegnati sull’asfalto di borghi medievali, incroci surreali con gli esodi autostradali, razzismi striscianti e accoglienze sincere, due bambine cinesi nel bar di uno sperduto paesino marchigiano a bocca aperta davanti al televisore per l’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino, temporali improvvisi e ventaglietti per difendersi dal caldo, blogger sconosciuti che dicono di adorarci, scritte spesso minacciose sui muri e sguardi timorosi. Forse il Paese si sta popolando di sette girovaghe e tribù timorose del futuro, come capita nei tempi bui, quando la gente comincia a confondersi e cercare un nemico. “La cultura del passo – abbiamo letto in qualche libro filosofico – placa i tormenti dell’effimero”.

Non si può concepire, a meno di non averla provata, la lunghezza di un giorno d’estate da misurare solo con la fame e coi chilometri percorsi, e che finisca soltanto quando si ha sonno. Ho imparato a contare i passi uno a uno, abbassando lo sguardo per non sapere quanta fatica resta da fare, stringendo i denti ogni volta che le forze sembravano venir meno. Come ci consiglia il nostro nume tutelare della marcia Claudio Sabelli Fioretti, “occorre trovare un compromesso tra il tempo e lo spazio, tra la bellezza e la distanza”. Ma nessuno oggi cammina più, o meglio nessuno lo fa per spostarsi: le strade non sono fatte per i viandanti, sempre meno cartelli riportano le distanze chilometriche affianco alle destinazioni, il corpo non è più capace di prendere le misure al mondo. Intanto chissà che col petrolio alle stelle il viaggio non ridiventi avventura e scoperta, mollando i centri rinomati, scegliendo le periferie, ritornando leggero. Mentre percorriamo gli ultimi saliscendi delle colline marchigiane, dove l’uva cresce promettendo buoni vini rossi, prima della volata finale verso il mare, ci risuona ancora in testa il saluto della signora del bed & breakfast di Offida: “Da Civitavecchia a qui a piedi? Complimenti però, fatevelo di’… ma che vi site ammatitu?”.

Meglio di tutti quelli che insistevano a chiederci il solito “perché”. La meta per questi diciassette giorni è stata il viaggio, ma ora che è arrivata dobbiamo ammettere che siamo un po’ emozionati. All’una rivediamo per la prima volta il mare riempire la curva dell’orizzonte, è l’Adriatico. Alle tre e mezza passiamo sotto il primo cartello che ci annuncia l’ingresso a San Benedetto del Tronto. Il mare è lì, ora non ci serve più nessuna mappa. L’ultima discesa dal borgo vecchio, seguiamo la fila di villeggianti con sandali e asciugamano. Il lungomare delle palme. E’ per noi quella piccola folla laggiù? Giù da una scalinata, sulla sabbia, sulla spiaggia scansando turisti. Qualche drappello di nullafacenti come noi, un po’ di bagnanti incuriositi dal trambusto. Una bottiglia da stappare, un’ampolla da riempire. E così ci spogliamo degli scarponi, degli zaini, della maglietta e dei calzoncini. Con passo incerto guadagniamo la riva, ci buttiamo nell’acqua salata, pian piano sentiamo che torneremo sani un giorno. Poi sotto i piedi più niente.

Luca Di Ciaccio • 11 agosto 2008


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