Ludik

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Welcome in America

La casa è di legno giallo e guarda verso occidente. All’incrocio tra Windsor Street e Lincoln Street, per la precisione. Ha una porta verniciata di bianco, un paio di bandiere americane piantate in mezzo ai cespugli, quattro metri di giardino poco curato e un’entrata sul retro. Quando torno la sera intravedo dalle finestre accanto uno stanco capofamiglia fiocamente illuminato dalla luce azzurrina della televisione. Sulla porta del nostro lato troneggia l’icona di una beneagurante e cattolicissima Madonna.

E poi dicono il Nuovo Mondo. La fregatura di aver conosciuto l’America fin da piccoli attraverso cinema e televisione è che poi appena si arriva qui si rimane convinti – neanche troppo inconsciamente – di essere ancora davanti a uno schermo. Così appena uno comincia a guardarsi attorno è preso da una strana sensazione di stupore per quasi tutto. I grattacieli, le motrici degli autoarticolati, i cartelli verdi a ogni angolo di street o di avenue, le grandi insegne luminose dei teatri, le case residenziali tutte schierate in fila col proprio pezzo di giardino davanti, i serbatoi d’acqua sui tetti. E per tutto questo, e altro ancora, lo stupore negli occhi di chi arriva per la prima volta in America è generato non dal fatto che tutte queste cose sono lì, più o meno spiegabili e apprezzabili, ma più che altro dalla conferma della loro pura esistenza, dalla rassicurazione che in fondo da qualche parte l’America – dietro le locandine dei film, dietro i titoli di giornale, dietro i discorsi di chi non sa mai spiegarla – esiste davvero. Insomma, appena messo il naso fuori dall’aeroporto, stordito dal jetlag, mi ritrovo a esclamare: ah, è tutto vero! Forse è per questo che non riesco a nascondere la delusione. All’orizzonte non si intravede la macchina dei Blues Brothers o decine di pattuglie di polizia che la inseguono. Alcuni miei amici, piuttosto, mi hanno avvisato: attento a non finire come il giovane Tanino di quel film di Virzì, tra le grinfie di tutto un parentado italoamericano che lo costringe a fidanzarsi con la figlia cicciona del potente sindaco. A un certo punto, nel film, lui la butta in mare e scappa.

Accanto ai fornelli giace abbandonata la mia foto con uno spaesato Matteo Bordone scattata appena una settimana fa alla Blogfest di Riva del Garda. Con quella il trio di robusti cugini americani di origine italiana mi ha accolto all’aeroporto di Boston, dove un volo Alitalia con hostess dal sorriso crucciato mi aveva appena sbarcato in questo Nuovo Mondo che guardandosi allo specchio teme di scoprirsi più invecchiato di quanto sospettasse. Fosse sbarcato prima Bordone o un tizio barbuto a lui somigliante avrebbero preso lui senza molte spiegazioni. Cristina, la mia vecchia zia italiana mi abbraccia sulla porta con commozione e stupore: “Oh, that’s beautiful, gliu mio’ nipote italian”. Entrambi continuiamo a pensare che ebbene si, è tutto vero.

cambridgeusa 2008

Luca Di Ciaccio • 25 settembre 2008


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