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Rumori americani

In America non si va, in America si torna, anche la prima volta. Come mi ero accorto appena arrivato c’è questa sensazione dominante di déjà vu. Ogni scena sembra di averla già vista, ogni cosa pare di averla già fatta. Per fortuna c’è una cosa a cui non si arriva preparati: i rumori. Rumori diversi, rumori americani. Gli scricchiolii delle case di legno, specialmente nel cuore della notte, il concerto di gemiti che pare di sentire mentre si salgono le scale per andare a dormire. Le luci gialle dei lampioni o delle case di fronte che penetrano dai vetri della stanza. I colpi secchi che escono dalle tubature sui muri esterni. Il gorgoglio dei bagni, il rumore apocalittico degli scarichi. Il tonfo dei giornali lanciati all’alba contro la porta di ingresso. Lo sferragliare della vecchia subway green line, lungo tunnel strettissimi e antiche curve a gomito nel sottosuolo bostoniano, intima quasi come la sala d’attesa di un medico di provincia.

Il fruscio delle pale di enormi ventilatori strategicamente sistemati sulle banchine della metropolitana negli ultimi giorni di caldo. Il cigolio dell’autocarro della nettezza urbana che, una volta a settimana, si ferma davanti alla porta. Le imprecazioni dei netturbini che si lamentano per come è disposta l’immondizia. Le grida di un gruppo di bambini, con ogni sfumatura di colori di capelli e pelle, che si dirigono verso il vicino parco giochi, nessuno procede guardando dove va, gli accompagnatori, uno in testa e uno in coda, hanno l’aria dei cowboy rassegnati. Le sirene spiegate della polizia o dei vigili del fuoco americani – squillanti, ululanti come nessuna altra sirena al mondo – esagerate come se uscissero dalla fantasia di un bambino, e forse è proprio in questa suggestione che risiede gran parte del loro potere.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 26 settembre 2008


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