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The first debate

Leggo sulle homepage dei giornali italiani che forse recuperano Alitalia – e dunque anche il mio volo di ritorno tra circa tre mesi, ma non lo pretendo – intanto tentano ostinatamente di trovare un accordo. Non ne vale la pena, il mondo fallirà comunque, come Alitalia. Se non è adesso, sarà tra qualche tempo. Ognuno è indaffarato a trovare la sua zattera. Ieri sera c’è stato il primo dibattito presidenziale. Si corre a casa per vederlo. Divergenze politiche con mia vecchia zia Cristina: lei stravede per Hillary, ancora non è rassegnata all’idea di ritrovarsi Obama come candidato, a momenti le prende un colpo quando mi vede ciondolare in cucina con t-shirt obamiana, però detesta Bush sopra ogni cosa, “most schifous president dell’America”, e su quello almeno siamo d’accordo, lo detesta quasi più dell’attuale sindaco di Gaeta, il quale – nato e cresciuto da queste parti vicino Boston una quarantina d’anni fa – sarebbe troppo americano per i suoi gusti, ma questa è un’altra storia.

The first debate è molto atteso, la Cnn mette un countdown in basso sullo schermo. Il nostro dirimpettaio – manager di compagnia telefonica di origine veneziana, che si è comprato una vecchia funeral home a due piani e ora ci vive in tranquilla solitudine – dice di essere indeciso nella sfida per il futuro americano, tra l’uomo troppo vecchio e l’uomo troppo nuovo. Sono tempi di crisi, e non si riesce a capire dove porti questa strada. Infatti anche al dibattito stasera si doveva parlare di politica estera, invece il tracollo economico ha cambiato tutto. In un ospedale qui vicino, a Cape Cod, hanno appena ricoverato il vecchio Ted Kennedy col suo tumore al cervello: in questi casi, ci spiega con dovizia di gesti il vicino di casa, operano il malato come un’auto, staccano e riattaccano dei fili e vedono come funziona.

Intanto del dibattito presidenziale in tv osservo lo sfondo blu America, l’aria compassata ma diretta del vecchio anchorman, e cerco di tradurre. McCain ripete decine di volte a Obama: “Tu non capisci”. Obama ribatte decine di volte a McCain: “John ha ragione”, come preambolo a ogni critica. McCain sembra piuttosto reticente a guardare in faccia Obama. McCain si incespica tre volte prima di riuscire a pronunciare il nome di Ahmadinejad ma ripete parole d’ordine comprensibili tipo cut spendig, low tax. Obama tenta di produrre un programma economico un po’ più ragionevole in pochi punti, poi ricorda quelli che non ce la fanno proprio, in America, altro che tasse. Comunque l’America è il più grandioso paese del mondo, e questo devono dirlo tutti i candidati, un attimo prima di abbracciare le loro amorevoli mogli, specialmente quelli liberal e neri.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 27 settembre 2008


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