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Bailout Bailout

Un diluvio di monete da un quarto di dollaro mi crolla addosso mentre tento di infilarle nella scatola dei giornali, non ho affatto voglia di raccoglierle. Qui in America molti pagano con la carta di credito anche il caffè del mattino. Fanno dei caffè molto lunghi e molto forti. I titoli sparati sulle prime pagine dei giornali, sorpassati dalla fretta dei passanti che iniziano un’altra giornata, ripetono tutti da giorni quella stessa parola: bailout. Bruciano le finanze, le banche, le borse, le volontà dei presidenti. E loro: bailout, bailout. A Harvard Square, proprio al centro della piazza, c’è un’edicola che ha giornali da tutto il mondo. Certe mattine assomiglia a un vecchio mausoleo, altre mattine sembra una piccionaia da cui gli uccelli sono già scappati. Bailout, ancora: ogni volta che lo rileggo mi viene in mente un flipper, quel momento in cui tutte le biglie vengono risucchiate verso il basso, e non c’è più stecca che riesca a mantenerle, e stavi pure provando a giocartele tutte assieme, preso dall’euforia. Invece, da un momento all’altro: panico. E pensare che era un gioco, no? Anche nelle Borse si va per giocare. Ci si fa prendere dall’euforia, tutt’al più qualche disgraziato diventa ricco. E poi quando le cose vanno giù, ma giù davvero, allora scatta il panico, quello vero, e dunque si salvi chi può. Fottere tutto e naufragare, correre per non arrivare.

Bailout dunque, oppure semplicemente game over. La crisi complica le cose ma ripulisce lo sguardo. Il broker di Wall Street che si porta appresso lo scatolone del licenziamento non è più un fila astratta di impulsi elettronici e contrattazioni senza tempo né spazio, adesso non abita più i numeri della finanza globale ma cammina per la città reale. Il consumatore si ritrova da solo con le mani in tasca, a far di conto sui costi del salvataggio delle banche americane fallite, suo malgrado si scopre denudato di tutti le avvolgenti carezze del marketing, che non erano politiche, che non erano sociali, e cerca uno Stato-Nazione cui rivolgersi, accorgendosi all’improvviso che non esiste più, scavalcato da flussi e bolle e reti, senza capi né code. Se ne vanno quelli che dietro la loro scrivania credevano di essere i Padroni dell’Universo, al loro posto arrivano cassiere un po’ attempate con stipendi modesti, provviste di mazzette di banconote antirapina da consegnare ai rapinatori assieme al contante. Però quando il meccanismo si inceppa, i ricchi possono diventare più ricchi o cadere in disgrazia, i poveri sono rovinati e basta.

Bailout, urla adesso l’anchorman della televisione americana annunciano l’approfondimento di seconda serata. Segue spot pubblicitario su un’agenzia specializzata che si prende il tuo oro e te lo ridà sotto forma di banconote. Semplice no? Comunque il governo assicura che c’è ancora liquidità sufficiente. E se non c’è, la stampiamo. Intanto mi chino, raccolgo le monete cadute per terra, poi perdo ancora il conto. Potessimo fare tutti come i veri grandi finanzieri, quelli che un minuto prima di suicidarsi sorridono e si fanno vedere alle corse dei cavalli, e dicono: “Non c’è problema”.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 6 ottobre 2008


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