Ludik

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L’ospite italiano

Quando pensavo all’America allora non era Manhattan, e non era il Grand Canyon, e non era nemmeno Hollywood. Pensavo al solito posto, una strada tranquilla con tante case una in fila dopo l’altra, ognuna coi propri due metri di giardino e la propria cassetta delle lettere sul recinto, una strada dove i vicini si salutano, i cani si annusano senza abbaiare e le luci, la sera, si accendono tutte insieme. Inquadratura dall’alto, veloce carrellata. Avete presente la casa che nei telefilm separa una scena dell’altra? Luminosa di giorno, soffusa di luce azzurra la sera, immersa nel verde d’estate, imbiancata di neve d’inverno. Da quando sono arrivato in questa casa d’angolo tra le strade tutte uguali di Cambridge provo questa persistente situazione di essere finito in una specie di telefilm. Una sitcom del tardo pomeriggio, a occhio e croce. A un certo punto mi aspetto di sentire il suono delle risate preregistrate in sottofondo. La convivenza dell’ospite italiano con il suo ritrovato e lontano pezzo di famiglia d’oltreoceano va avanti tra mille premure, svariati equivoci, dozzine di conversazioni surreali, reciproci sforzi di comprensione. La lingua usata è un inglese mischiato con vecchi termini del dialetto gaetano che vale più di dieci esami di linguistica applicata.

Una sera prima di cena per esempio: “There are potetoes frusate here”, e io “Potetos che?”, e di rimando “Frozen, frozen, congelate no?”. La zia Cristina accusa mille malanni, è sorda da un orecchio e ci sente male dall’altro però ha una memoria invidiabile, si ricorda praticamente tutto, e puntualmente mentre mi aggiro attorno al frigorifero cercando qualche aletta di pollo fritta da riscaldare mi bracca in conversazioni senza fine: cosa le disse quel signore in fila alla borsa nera nella guerra del ’44, come litigò col funzionario dell’immigrazione americana una mattina del ’57, dove andò a fare la spesa quel pomeriggio dell’85 in cui fece amicizia con la sua vicina di casa portoghese, l’ora a cui ieri mattina le avevo detto che sarei tornato e per cui pure stavolta sono in ritardo. Nel frattempo dai muri, dallo sportello dal frigo, dalle vetrate dei mobili, dalle cornici dei soprammobili sono scrutato con aria perplessa da madonne, da santi e santini, da corone di rosari, da file di parenti dipartiti, avi dallo sguardo accigliato e una strana luce familiare negli occhi, e poi nugoli di nipotini sorridenti, più in là pure un cardinale e un governatore dello Stato. Nella mia stanzetta ho appeso anche un Obama sorridente in versione t-shirt.

Altri abitanti della casa, tutti di età adulta: cugina Nancy con cui condivido shopping in enormi mall nei sobborghi e confidenze reciproche; cugino Cosmo dalla mole imponente che si aggira ruminando in salotto con radio a onde corte della polizia ed enorme bicchierone di Coke; gatta gigantesca di colore nero soprannominata “Mammaona” impegnata a svuotare ciotole di cibo senza soluzione di continuità. Altri due cugini passano di tanto in tanto con prole al seguito e a volte scoppiano in fragorose risate e pacche sulle spalle nei confronti dello svagato cugino italiano. Vicini di casa: attempata coppia gay con sorella di lui, forse già sposati come legge dello Stato consente; manager di origine veneziana che si è comprato un’intera funeral home e ci vive solo senza timore di fantasmi; famiglia portoghese di mezza età; chiesa cattolica chiusa e in vendita a prezzo di saldo causa recente bancarotta della diocesi. Trovo riposo, a tarda sera, su una comoda poltrona americana, modello easy-chair, una di quelle supercomode, piene di imbottiture, giunture, cardini e molle, così comode che come già scriveva Hermann Melville nell’Ottocento “anche la coscienza più tormentata vi troverà riposo”. Rumori di sottofondo: i bip bip del microonde, la sit-com “Two and a half man” sulla Cbs, il canale 24oresu24 di messe cattoliche romane dalla stanza di mia zia, gli avvisi sonori del messenger di Yahoo, i miei “ops!” ogni volta che mi manca una parola. Aspetto la pubblicità per uscire a fare due passi.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 9 ottobre 2008


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