Ludik

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Italiani d’America

“Per tre mesi d’inverno qui è pieno di neve, dunque è difficile uscire di casa, e poi sai che molti di noi qui hanno ormai una certa età, l’età dei nostri padri e madri che hanno patito tanto, e insomma you know, d’inverno di meetìng non ne facciamo” mi dice il figlio che presiede l’associazione dei Santi o, come dicono qui, la società. Non fa in tempo a finire la frase che già al padre vengono in mente altri inverni, i primi durissimi inverni da emigrante, “negli anni Cinquanta stavo in Canada, lavoravo col ferro, e d’inverno stavamo all’aperto, con la neve, col ghiaccio, coi gradi sottozero, ricordo ancora come facevano male le orecchie congelate, non sentirsi più nemmeno la faccia, dimenticarsi tutto, non ricordarsi più nemmeno gliu mare”.

Mi affaccio in una stanza su Porter Street, a Cambridge, affollata di statue di santi, sedie di plastica, pizze fredde, genitori nostalgici, figli volenterosi, nipoti distratti, addobbi sgargianti, voci concitate. Da dentro mi sento chiamare come se mi trovassi in un vicolo del borgo di via Indipendenza. I gaetani dei dintorni di Boston, stato del Massachusetts, come tutti gli italiani sparsi da decenni per le mille Americhe di questo mondo, si specchiano in un’Italia che esiste solo nel loro cuore. Si ricordano di nonni e di prozii, di comari e di compari, come in un film rivisto mille volte, e mi abbracciano appena sentono che vengo da Gaeta, e mi illustrano rapporti di parentela che io stesso ignoravo, mi fanno vedere le foto dei loro nipotini, e si presentano coi loro nomi, le Marie diventate Mary, i Giovanni diventati John, le Annunziate diventate Nancy, i Giuseppe diventati Joseph. E non mi chiedono cosa succede a Gaeta perché loro sanno già tutto, e probabilmente lo sanno meglio di me, lo leggono tutti i giorni attraverso internet, “ogni due giorni chiamo mia nipote al telefono e sono io che le do le notizie cittadine, le dico degli incidenti stradali, delle polemiche del sindaco, lei mica le sa”.

Qualcuno ha fatto fortuna, qualcuno no, alcuni di loro sono preoccupati della crisi economica che avanza, qualcun’altro si ricorda di quella volta che in una banca italiana rispose a un cassiere impertinente: “Voi qui avete i milioni di lire, ma tieni a mente vuaglio’ che io i milioni li tengo di dollari”. Tutti vogliono tornare in Italia, col loro vecchio inutile ma bel passaporto, ma quasi tutti appena arrivano vedono un paese spento e snervato e subito hanno voglia di tornarsene in America: “No, io l’Italia così com’è nun la posso sopportare, mica per niente me ne annai, l’Italia è paese buono solo per i turisti dai retta a me”.

È l’America qui fuori, un impero a cui gira la testa, con le sue energie, i suoi sprechi e le sue dannazioni. Ma io sono in una cappella cattolica ricavata forse da una vecchia casa, dove in un sabato sera d’autunno si celebrano i santi Cosma e Damiano, patroni del vecchio borgo gaetano. C’è una pianola elettrica che suona “Mira il tuo popolo”. Ci sono due statue di santi ricoperte da colonne di dollari, un Gesù bambino cinto da una corona di banconote da cinquanta. C’è una messa, in lingua inglese mischiata al latino, e alla fine l’anziano prete (pure lui di origine italiana, Sulmona per la precisione) che benedice tutti e urla a squarciagola: “Evviva i Santi!”, ricambiato dalla piccola platea di fedeli. E c’è l’altare che nel giro di un minuto, tra un volteggiare di tovaglie e cartoni di pizza e scatole di cocacola e birre, diventa una tavola imbandita. E il musicista con la pianola (di origine italiana, of course, siciliano precisamente, “Augusta, conosce? È anche il paese di Fiorello”) che lestamente converte il repertorio alle canzonette nazionali, “dimmi quando you will come, tell me quando quando quando”, oppure quei piccoli trucchi da pianista consumato “quando canto per i gaetani faccio delle piccole modifiche, sa com’è, Romagna Mia la faccio diventare Gaeta Mia, così sono tutti più contenti”.

Ecco, guardo questi italoamericani come potrei guardare una mia carta di identità falsata, inattendibile. Nelle loro strutture conviviali, per voglia di “nostos”, per nostalgia, sognano un ritorno ai tempi, alle tradizioni e alle abitudini del come eravamo. Mangiano pizze d’antan, che noi non mangiamo; riproducono e storpiano fonemi intraducibili; vestono come vestivano i nostri nonni contadini nei giorni di festa; il loro lavoro non è job ma “a giobba”, il loro negozio non è store ma “u storu”. Eppure qui a Boston, come nelle aule d’eccellenza del Mit o di Harvard, come in tanti altri posti del mondo, è pieno di italiani all’estero, quelli che se ne sono andati e quelli che ancora se ne vanno, via dal paese che atrofizza i semi del talento prima di farli maturare, quegli italiani a cui è sufficiente motivo d’orgoglio essere italiani, anche senza indossare divise, livree nazionali e folkloristiche. Intervistato dal New Yorker nel 1953 un altro emigrato di grande successo, il belga Georges Simenon, così spiegò la propria emigrazione e tutte le emigrazioni: “Sono nato nel buio, sotto la pioggia, e me ne sono andato. I crimini che racconto sono i crimini che avrei commesso se non me ne fossi andato. Sono uno di quelli che hanno avuto fortuna. Cos’altro si può dire di quelli che hanno avuto fortuna se non che se ne sono andati?”.

cambridgeusa 2008

Luca Di Ciaccio • 12 ottobre 2008


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