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Tipping Point

E quindi me ne sto lì a pensare alla recessione mentre la squadra di Chicago e quella di New York sostanzialmente si prendono a bastonate, a pensare che non capisco lo sport, e soprattutto mi rendo conto che è quasi un mese che sto in America e ancora faccio confusione tra baseball e football, che a loro volta, e su questo almeno non ci piove, sono un’altra cosa rispetto al soccer. Mi ricordo solamente che con la storia di una pallina da baseball De Lillo ci ha costruito quel torrenziale romanzo capolavoro che è “Underworld”, di mano in mano lungo decenni di storia americana, ed era tutta colpa della palla del fuoricampo che nel 1951, al Polo Grounds, diede la vittoria ai Giants sui Dodgers.

E mi accorgo che non capisco neanche la crisi economica, quella che pare esserci oggi, con le Borse che invece ora ricominciano tutte a risalire, in un’altalena euforica assolutamente schizzata, coi cartelli “for sale” fuori da molte case ma i ristoranti tutti pieni di sabato sera. E a un certo punto decido di andare a una specie di meeting in piazza per Obama, con certe ragazze vestite in pantaloncini bianchi cortissimi e magliette azzurre attillate, con sopra scritte le solite cose obamiane, we can believe in e tutto l’ambaradan. Provo a chiacchierare un po’ di Obama, delle mie impressioni da italiano in gita, delle loro convinzioni profonde, e poi la forza di un leader, la difficoltà di cambiare le cose, la voglia di provarci, la speranze di farcela, i troppo chilometri di differenza sopra gli oceani e nelle teste.

Negli Stati Uniti le campagne elettorali sono seguite con una certa attenzione solo da un quarto della popolazione. Per votare bisogna andarsi a registrare. Buona parte della campagna elettorale, soprattutto negli swing states in bilico, si concentra su questo. Bisogna convincere i giovani, gli under 30, dicono i democrats: sono loro quelli che hanno meno pregiudizi, a cui magari non scandalizza l’idea di un nero alla Casa Bianca, il problema è staccarli dal loro Xbox per farli iscrivere alle liste elettorali, però. L’altra sera guardavo Mtv, programma con Paris Hilton e amiche che vanno in giro per feste a sbaciucchiare maschietti, a un certo punto in alto a sinistra sullo schermo compare l’invito: “Register to Vote!”. Senza dire per chi votare, ma intanto registrati. In Oregon, per esempio, c’è tempo fino al 14, avvisa lo spot in sovraimpressione: si presume che servano anche i voti dei ragazzini strafatti tipo Paranoid Park. C’è un sistema che permette di scaricare i moduli per la registrazione direttamente dalla propria consolle Xbox. C’è un sito che premia chi convince un amico facendogli scaricare gratis il nuovo album di Sheryl Crow.

Ma in molti Stati nel frattempo stanno già votando, e dunque questa campagna americana si gioca su mille livelli sovrapposti, fra speranze e paure e spot e volontari che bussano alla porta di casa e sondaggi di cui come al solito non ci si fida. L’altra sera vedevo alla tv il candidato repubblicano McCain tentare di portare alla calma una platea di suoi supporters esagitati, fino a strappare il microfono di mano a un’anziana signora pallida e inferocita all’idea di “vedere un arabo”, forse stava per dire pure “un terrorista” alla Casa Bianca, e lui a rispondere, “questo no, lui è il mio avversario, abbiamo idee diverse sul futuro della Nazione, ma è un padre di famiglia americano come noialtri, va rispettato”, e quegli altri ancora a ululare e fischiare. Tornando a casa incontro il mio vicino, mi fa tutto un discorso e alla fine dice che ci sarà quasi un pareggio e che a determinare tutto sarà se la gente in Pennsylvania o in Ohio andrà o meno a votare, mica le gaffe nei dibattiti, mica gli editoriali sui giornali. Forse basta solamente aspettare quel momento che un sociologo americano chiamò il “tipping point”, ovvero il punto nel quale, senza ragioni chiare, la spinta inerziale delle cose non è più invertibile, e allora si capisce che una squadra vincerà la partita, un prodotto conquisterà il mercato, un pugile domerà il rivale. Basterebbe solamente riuscire a capirlo.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 14 ottobre 2008


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