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Never Say Die

Devi capire le regole, mi dice mio cugino. Allora, a baseball giocano due squadre di nove persone. Fin qui ci siamo? La partita dura sette tempi, si chiamano innings. In ciascun tempo ci sono due turni: in ciascun turno una squadra attacca e l’altra difende. La squadra che difende schiera in campo tutti i suoi nove uomini. Quella che attacca ne mette in campo uno per volta, che va a battere, con la mazza in mano. Il campo è fatto ha forma di diamante, infatti lo chiamano diamond. In sostanza, in campo ci sono: un lanciatore (al centro del campo, che tira la pallata a quello che batte), un ricevitore (suo compagno, che aspetta di prendere la pallata se il battitore la manca), e sette uomini sparsi per il campo a cercare di recuperare la pallata se il battitore la incocca. L’obiettivo di questi nove è far fuori quell’uno, cioè il battitore dell’altra squadra. Lo scopo di quell’uno in attacco, invece, è quello di incoccare la palla e cominciare a correre per il campo, senza farsi toccare, e fermarsi su più tappe che può, e le tappe si chiamano base e sono quattro, e poi se ci riesce tornare dov’era, e così segnare punti, più che può. Facile, no? Come si fa – dico, a questo punto – ad appassionarsi a uno sport così complicato? Eppure se lo chiedi a agli americani ti risponderanno che loro giovane cultura, in fin dei conti, ha prodotto tre cose imbattibili: la costituzione, il jazz, e il baseball. “Vedo cose straordinarie nel baseball. È il nostro sport, lo sport americano. Fa uscire la gente di casa, le riempie i polmoni, dà alla gente un nuovo eroismo fisico. Ci solleva dalle nostre nevrosi. Ripara i nostri guai, ed è una benedizione”. Questo era Walt Whitman, poeta, americano.

Il Fenway Stadium si riempie piano piano, nel rosso del tramonto e dei calzini dei tifosi. Stasera i Red Sox, la squadra di Boston, quella che ha i calzini rossi come simbolo, si giocano la loro ultima occasione per le World Series. “Le chiamano finali mondiali, ma di solito le giochiamo qui”, diceva uno striscione allo Yankee Stadium, qualche tempo fa. C’è un negozio enorme, qui fuori dal Fenway, che è pieno di palle da baseball. Di tutti i tipi, di tutti i prezzi. Ci sono 108 cuciture in una palla da baseball, spiega il negoziante. Non una di più non una di meno. Lo sanno anche gli stones, in America. E sa la dai in mano a qualunque ragazzino lui la prenderà con tre dita, pollice indice e medio, e la tirerà. Non con tutte le dita della la mano, solo quelli come me – turisti o nuovi arrivati – la lanciano così. In un suo film Woody Allen disse: “Adoro il baseball. Non serve un significato: è semplicemente bello da guardare”. Così, appollaiato su una balconata altissima, annoto dettagli, disegni, rumori. Il roteare delle mazze. Le pacche sulle spalle. Il tonfo stong! della pallina che sbatte contro il vetro dei telecronisti, in alto lassù. Le mani del pubblico, come al ralenty, che si alzano per afferrarla, quando va fuori. La plasticità di un lanciatore che rotea su se stesso. I soffi di vento nel silenzio, che quando c’è da tirare interrompono la musica, mentre tutti, tutti stanno a guardare. “Sweet Caroline” di Neil Diamond, cantata da tutto lo stadio, tra l’ottavo e il nono inning, “Sweet Caroline – bàm-bàm-bàm – good times never seemed so good!”.

Però stasera butta male per i calzini rossi di Boston contro i Tampa Rays. Già con un piede e mezzo nella sconfitta. Perché se al settimo inning stai sotto di 7 a 0, sei nei guai. Sembra finita. Ma il baseball è lo sport in cui non è mai finita, in cui chiunque ha sempre un’occasione, come in America. Così al settimo inning succede che tale David “Big Papi” Ortiz becca la palla, e quella fottuta vola vola vola, e lui scodella un tiro da tre punti. I trentamila dello stadio, e tutti quegli altri lì fuori, nei pub o sul divano di casa o da qualche parte in fondo alla città, e pure io che forse comincio a capirci qualcosa, ecco cos’è!, tutti si strofinano gli occhi e ricominciano a sperare. Finisce 8 a 7 per i Red Sox, che forse non basterà a salvarli ma tutti dicono che è una delle rimonte più incredibili della storia. “La gente mi chiede cosa faccio d’inverno, quando il campionato è fermo”, disse una volta, ottant’anni fa, Rogers Horsnby dei Saint Louis Cardinals. “Beh, ve lo dico, cosa faccio: guardo fuori dalla finestra e aspetto la primavera”. La mattina apro il paginone sportivo del Boston Globe, e c’è un solo titolo: Never Say Die. Le regole non le ho capite, ma questo sì.

bostonusa 2008

Luca Di Ciaccio • 17 ottobre 2008


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