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Viali d’università

Un sabato sera finisco a vagare tra palazzi numerati e tunnel infiniti del Mit, ovvero il Massachusetts Institute of Technology. Le porte sono sempre aperte, sembrano vecchi portoni di legno poi a sopresa si aprono automaticamente appena ci stai davanti. Non ci sono guardie, tessere, portinerie o tornelli: ognuno entra e va dove vuole, giorno e notte. Studenti di chimica tirano tardi nei laboratori, circondati da provette e fiale colorate. Porte socchiuse portano in uffici che assomigliano a magazzini, con macchinari giganti, fili ovunque e rottami. Nei palazzi di fisica mettono in atto esperimenti con enormi turbine capaci di creare voltaggi esorbitanti, a quanto pare. In un prato un professore e uno studente si sfidano incrociando un paio di spade. Un altro, sdraiato sull’erba di un prato, prova un modello architettonico costruito col legno.

Da un seminterrato si vede gente che soffia il vetro. Dietro quella porta laggiù è stato inventato il primo cellulare. Nei tunnel il cellullare adesso non prende comunque. I corridoi del Mit mi affascinano: sono il monumento alla praticità americana. Tubi a vista, uffici numerati, laboratori in successione, pieni di gente giovane che lavora. Il problema è che l’edificio 10 non sta necessariamente vicino al 9 e all’11. Ma sarebbe chieder troppo. Al museo dell’istituto sono esposti dei computer che costano 12 dollari e degli androidi che rispondono a tono agli umani seguendo il loro sguardo. In fondo al tunnel ci sono cinque acceleratori ad alta energia. Dall’altro lato della strada c’è un piccolo reattore nucleare.

Un altro pomeriggio e pochi chilometri più in là inseguo scoiattoli e preoccupazioni tra i viali di Harvard, istituzione che predata di un secolo e mezzo la nascita degli Stati Uniti d’America e che, come disse forse scherzando un suo noto “alunno” e insegnante, Henry Kissinger, “sicuramente sopravviverà anche alla fine del mondo”. In effetti, con sette presidenti americani (e forse un ottavo in arrivo, quell’Obama che fu il primo studente di colore chiamato a dirigere la rivista di giurisprudenza) e quarantatré premi Nobel un po’ di spocchia è comprensibile. Occhieggia da un quadro l’antico sigillo araldico dei tre libri – tre Bibbie – aperte sulle sillabe del motto “Veritas”, che in realtà sembrano trasudare “Potestas”. Potere. Perché potere – politico, finanziario, scientifico – è ciò che oggi realmente Harvard vende in cambio dei duecentomila dollari necessari per una laurea quadriennale, più le altre centinaia di migliaia per i livelli superiori di master e di dottorato. Sbircio dalle finestre dentro camere disordinate di studenti, attaccati ai loro computer. “Ad Harvard non diventerai un avvocato migliore”, scrisse forse con invidia un avvocato-scrittore di grande successo, Michael Crichton, “ma conoscerai gli avvocati migliori. O, ancora meglio, incontrerai i futuri clienti più ricchi”. Tra l’altro, a quanto pare, in un’università come Harvard vogliono essere certi di avere del “potenziale intellettuale” tra i loro laureati, e allora nelle prove d’ammissione pongono domande come queste: “How do you organise a successful revolution? And, given the present political climate, why don’t we let the managers of Ikea run the country instead of the politicians?”.

Leggo da qualche parte che la popolazione americana nella metà inferiore dei redditi manda appena il dieci per cento degli studenti nelle trenta università top americane (su tremila) mentre il dieci per cento più alto nella scala nazionale dei redditi copre il settantaquattro per cento degli iscritti. Quando si parla di Havard e del Mit si dice spesso: le due migliori università del mondo. Di certo, lì dentro, il mondo sembra più largo. Nel frattempo, in qualche aula malmessa di università italiana, vive il vero eroe: colui che continua a fare ricerca, e lo fa con uno stipendio bassissimo, con mezzi spesso inadeguati, con un forzato asservimento culturale verso il proprio barone, con una sorda rabbia a cui non vorrebbe rassegnarsi. Tutto sarebbe diverso se fossimo capaci anche di attrarre studiosi, oltre che di lasciarli partire: saremmo solo parte di un mondo più largo.

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