Ludik

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Trick or treat

Sera di Halloween. Processione di bambini mascherati che avanzano con sacchi pieni di dolciumi in mano e bussano alla porta chiedendo, con aria più dispettosa che supplichevole: “Trick or treat?”. Ragazzi semivestiti, con la faccia truccata: qua un gobbo, là un piccolo gigante. Una parata di ciclisti mascherati invade Mass Avenue: zombies, dottori, principesse sexy, gentleman ottocenteschi, goffi vampiri, fred flinstones senza clava, suore, figlie dei fiori, cadaveri in via di decomposizione, tre barack obama, una sarah palin che spara agli alci, un paio di jonh travolta, streghe ubriache, ingenti quantità di teschi con o senza scheletro.

Vicino di casa nell’isolato di fronte monta in giardino una specie di presepe dei morti viventi, con mani penzolanti su blocchi di paglia e una gigantesca zucca luminosa sul tetto del suo fuoristrada, e accoglie i pargoli in cerca di caramelle – tutti accompagnati da rispettivi genitori – con un inquietante sogghigno. Ombre di vecchie amorevoli signore si stagliano alle finestre. Frugo in vecchi bauli alla ricerca di qualche costume. Alla tv danno il vecchio film “Poltergeist”: si sa come vanno certe cose, senti una porta che scricchiola e ti convinci che qualche demoniaca presenza ti stia spiando.

La mia zia mi racconta che spesso le capita in sogno di parlare coi morti. Non è così strano, è una suggestione che hanno molti, rispondo io. Ma per me è diverso – risponde – io parlo coi morti quando sono ancora vivi, e mi dicono che stanno per morire o che sono già morti, e ogni volta nel giro di pochi giorni mi arriva la notizia che sono morti davvero. La mattina, a scuola di inglese, imparo a svuotare una zucca della sua polpa arancione e disegnarci sembianze vagamente umane. Altre zucche dal volto umano invadono siti internet e discoteche. Arcaiche simbologie agrarie si mescolano a nuovi rituali metropolitani. Per quanto si sforzi di apparire goliardico, mercantile, superficiale, questo sabba del villaggio globale non riesce a nascondere la sua vera e profondissima natura di veglia funebre. A dispetto di dolcetti o scherzetti.

Poco lontano da qui le impiccate, nell’anno del Signore 1692, furono una ventina e tutte donne. A Salem, villaggio di puritani del Massachusetts così chiamato dai primi coloni in omaggio a Jerusalem, si ricorse alla pena di morte contro le presunte streghe, nel nome di un’accecante lotta al demonio, accerchiate da una comunità in preda ai propri terrori. Adesso Salem è affollata di turisti per il weekend, né streghe né puritani disdegnano il business, apposite bancarelle vendono panini e souvenir all’ingresso del cimitero. Leggo su un libro di storia che nel Seicento il massacro delle streghe nel New England finì quando uno dei massimi teologhi di Harvard scrisse: “Meglio un colpevole libero, piuttosto un innocente condannato”. Nella modernissima America del ventunesimo secolo si aspetta ancora qualcuno che dica analoghe parole sulla pena di morte, ma ci sono i sondaggi, i maledetti sondaggi, che chiedono morte e l’avranno. Ma in questa sera di festa cresce il chiasso dietro le porte chiuse delle case. Il cielo in fondo alla strada pare tagliato in un morbido velluto, nero, dorato, arancione.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 1 novembre 2008


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