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Il sogno di Obama

Guardo la tv in salotto con mio cugino. Mandano in onda l’ennesimo spot di Obama, e un sole che sorge all’orizzonte. Le elezioni, sospira. Mi dice: lavoro all’aeroporto, prima eravamo in venti, ora siamo la metà, è preoccupante. E allora?, gli dico. Guardo mio cugino e guardo lo schermo. Lui non dice niente. A scuola di inglese faccio una specie di sondaggio internazionale, la maggioranza dei miei compagni di classe – molti asiatici, qualche europeo, un paio di russi, un po’ di sudamericani – fa il tifo per Obama. Potessero votare anche gli altri paesi del mondo per il presidente americano non ci sarebbe storia, penso. Certo, mi viene in mente che spesso noialtri, nei restanti paesi, riusciamo ad avere governi anche peggiori. Una ragazza di Seul dice che si, Obama le piace, dicono tutti che lui è più pacifista ma si sbagliano, sicuramente bombarderà la Corea del Nord prima o poi, e lei che vive in quella del Sud giustamente si preoccupa. Collega italiana, di Como, dice che preferisce McCain, “è più figo, più forte, più americano”, ma si sente in minoranza “tutti gli altri ripetono Obama, Obama, ma nemmeno hanno idea, è solo conformismo, è una moda”. Barbara, insegnante di inglese, dice che le piacerebbe vedere Obama presidente, sarebbe incredibile, e lei ha già votato per lui, però non ci crede, “i know this country, i’m pessimistic”. Kevin, insegnante, si è comprato la biografie di McCain: le cicatrici del Vietnam, le corse in Senato, le rivincite quando tutti lo davano per spacciato. “Mi piace, ha le palle, quasi quasi lo voto. Quegli altri vogliono solo spendere i soldi dello Stato, a Washington si mangiano tutto”.

Una sera a casa passa Susan, una vicina di casa. “Sono democratica, ma indecisa. Obama non mi da fiducia, mi sembra diverso da noi”. Sarà il colore della pelle? “No, sono democratica, te l’ho detto. Comunque sia questo Paese ha bisogno di una guida affidabile”. Intanto sulle bancarelle di città l’immagine di Obama già sbuca tra quella di Che Guevara e quella di Jackie Kennedy. Miti, ma che non appartengono più alla storia in divenire. Le elezioni sono a un passo, ai seggi già si formano le prime code, i sondaggi ballano senza tregua, eppure Barack Obama sembra già altrove, coi suoi poster e le sue copertine, gli slanci emotivi e le profezie funeste. In un altrove. In uno spazio della fantasia popolato da figure che si amano perché ci consentono, per il tempo di una canzone, un ricordo, un discorso, magari registrato, di immaginare (ancora) un mondo diverso. Ma se poi mi metto a cercare bene, in certi negozi di Cambridge, le magliette con la faccia di Obama sono già in liquidazione, da 14 e 99 dollari a 9 e 99. Eppure mai come ora l’inimmaginabile sembra diventare probabile, e l’enormità di quello che la nazione americana potrà produrre in questo novembre del 2008 va registrata in tutta la sua dimensione storica. L’America che manda alla Casa Bianca il nipote di un capraio africano, la cui nonna paterna vive in un villaggio del Kenya e il fratellastro in una baraccopoli di Nairobi, con un patrigno musulmano e una madre single che lo ha cresciuto, e un Hussein come secondo nome. Un uomo nero, un meticcio, al timone della nazione cardine dell’Occidente bianco. Un Paese nel quale ancora una generazione fa – non uno o due secoli or sono – il matrimonio fra persone di diverso colore e razza era un reato in undici stati dell’Unione, punibile con il carcere. Proprio mentre ora sul mondo soffiano forte i venti di nuovi razzismi e tristi recessioni, in un momento di velenoso ritorno delle ideologie degli odi, con le opposte chiamate a quelle guerre di civiltà che nei più deboli di mente si esprimono con le sprangate.

Di fronte a lui, a sfidarlo in questa inaudita elezione, c’è il settuagenario campione di un’America nata quando il mondo era governato da Roosevelt, Stalin, Hitler e Mussolini. “Lui è un’icona, l’altro è un fossile. Lui è una rockstar, l’altro è il giurassico” scrivono i giornali. Come si fa a non illudersi, adesso, di entusiasmo o di paura? “Si, l’America è ancora una grande nazione, capace di tutto. Adesso saranno capaci di eleggerlo, ma poi saranno capaci pure di ucciderlo” mi dice un mio amico. Si risvegliano le coscienze, o almeno il marketing delle coscienze. Forse il problema di Obama adesso è scendere dai posters, staccarsi dalle spillette, abbandonare il consolante paradiso degli eroi. Ridiventare un uomo. Magari un presidente, imperfetto come tanti, alle prese con gli impicci di un governo. Viene da chiedersi “se al giorno d’oggi una qualunque persona che si candidi a una qualunque carica possa ancora essere ‘reale’ e se ciò che noi davvero vogliamo sia qualcosa di reale, oppure qualcos’altro”, e questo lo scriveva David Foster Wallace in un famoso reportage nelle primarie repubblicane del 1999, al seguito dell’allora candidato John Mc Cain.

Vari amici dall’Italia mi chiedono: allora, come andrà a finire? Sanno che mi trovo negli Stati Uniti, pensano che stando qui ne possa capire qualcosa di più. Si sbagliano, mi sbaglio. Viviamo in un mondo in cui le idee sono come le azioni di Borsa, non vengono premiate per il loro effettivo valore, ma per un’aspettativa: quella che possano essere dominanti. I più accesi sostenitori di Obama, qui, quando ne parlano non usano la semplice espressione “l’elezione di Obama”. Dicono “the coming”, “la venuta”. Non lo sostengono, lo invocano. Ripetono questo mantra: “change, change”. Fermo davanti all’edicola con mille giornali sotto il cielo plumbeo di Harvard Square mi domando: “E se non lo eleggono?”. O meglio: “E se non arriva?”. È possibile. Ormai non è questione di sondaggi e nemmeno di brogli. È questione di destino, di volontà: se l’America sceglierà di farsi trasportare da questa imprevista corrente, verso il suo, il nostro futuro. “Tu che dici” mi chiede mio cugino. “Francamente non lo so”.

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Luca Di Ciaccio • 3 novembre 2008


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