Ludik

un blog

Election Day

“Allora, siete spaventati per domani?” urla al microfono il rocker di mezza età, un attimo prima di darci dentro con la chitarra, la sera prima del voto, mentre sotto i piedi avverto il rumore della metro bostoniana, che passa, sferraglia e fa tremare i pavimenti. La mattina dopo, sulla costa est, il clima è abbastanza mite. Le tv locali fanno vedere le prime code ai seggi. Molta gente vota prima di andare in ufficio, perché questo è un giorno lavorativo come gli altri. C’è chi dice che stavolta saranno battuti tutti i record di affluenza, in un paese dove normalmente non sono tanti quelli che vanno a votare. Negli Starbucks oggi offrono un caffè a tutti coloro che hanno votato. Si fidano sulla parola. Potrebbe essere una buona idea per far fallire tutti i bar italiani nel giorno delle nostre elezioni. Il negozio di Levi’s ha messo un grande “Vote!” in vetrina, dietro i jeans. Nessuno, nemmeno le corporation, vuole sembrare assente o indifferente in un momento storico. “Sull’orlo della storia” è il titolone del New York Post di oggi, con fotona di Obama; l’altro tabloid popolare, il Daily News, sceglie “It’s up to you”, cioè “decidi tu” ma anche “tocca a te”, dopo “due anni di discorsi, 2,5 miliardi di dollari spesi e più insulti di quanti se ne riescano a contare”. Il New York Times titola in prima pagina sulla fine di una campagna che “ha cambiato per sempre la politica come la conoscevamo”. E poi sul sito chiede ai suoi lettori di indicare “your state of mind”. In una parola. Hopeful, scared, optimstic, nervous, anxious, confident, busy, bored, determined, terrified, worried. Una nuvola di parole. E poi le mette a confronto. Ci si definisce e ci si confronta con le autodefinizioni di altre migliaia di concittadini, e si paragonano quelle dei democratici con quelle dei repubblicani e poi con quelle delle varie ore della lunga giornata.

Accompagno mia cugina Nancy a votare. Lei voterà per Obama. Il posto è una scuola elementare, con un Martin Luther King disegnato all’ingresso. C’è una fila parecchio lunga. Chiedo con quale dei tanti sistemi in uso si può votare qui. Si userà il computer touch screen, quello tipo bancomat, ricariche, prelievi, saldo operazioni, Obama, McCain? Oppure la scheda di carta da infilare poi in una fessura che dovrebbe scannerizzare e leggere il voto? Bisognerà aspettare che il computer abbia chiesto premuroso “sei sicuro?”, “vuoi proprio votare per quello che hai scelto?”, “non hai per caso cambiato idea negli ultimi tre secondi?”, “guarda che sei ancora in tempo?”, “se sei proprio sei sicuro, ma sicuro sicuro, premi OK”, “hai finito?”, e tanto poi ci sarà sempre qualche umano più idiota che sbaglierà. Si dovrà bucare con un oggetto appuntito su un lungo papiro di carta la fessura corrispondente al candidato prescelto? Oppure basterà una croce e una matita su un foglio? La gente intanto aspetta, in fila, per passione e per puntiglio. Anche se non tutti gli stati sono uguali, nel bizzarro sistema elettorale americano: per esempio tutti inseguono le decisive vecchiette sui monti dell’Ohio, nessuno giustamente si fila più di tanto quelle del Massachusetts. Tanto per farsi un’idea: nella circoscrizione dove ha appena votato mia cugina, quella di Boston e Cambridge, non ci sono nemmeno candidati repubblicani per la Camera dei Rappresentanti o per le entità di governo comunale, tanto è scontata la vittoria democratica. Tuttavia non ci sono facce da festa in coda. Nessuno è sicuro. Dalle sette in poi chiuderanno i primi seggi, stato dopo stato, fuso orario dopo fuso orario. Si disegneranno gli stati di rosso e di blu, cercando di venirne a capo. In tanti attenderanno con ansia le prime luci della sera.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 4 novembre 2008


Previous Post

Next Post