Ludik

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Good Morning America

Ieri mattina, mentre qui in America si cominciava a votare, vedevo uno degli ultimi spot della campagna dei democratici: c’era un ragazzo che si alzava dal letto, al suono della sveglia, e si ricordava dell’appuntamento del giorno che si era segnato a pennarello sulla mano. “Make history”, c’era scritto. “Fare la storia”. C’era poi una signora che richiudeva il frigorifero, e ritrovava il post it attaccato in mezzo alle calamite, per non dimenticarsi di quella cosa da fare quel giorno: “Make history”. C’era una ragazza, in attesa di attraversare la strada, le trilla quel messaggio sull’agenda del cellulare, sullo schermo compare: “Make history”. C’è quel lavoratore che sta in ufficio alla sua scrivania, e da uno sguardo al calendario, e si ricorda dell’appunto preso, proprio per quel giorno: “Make history”. E c’è quella donna persa nei suoi pensieri, in un viale d’autunno, che all’improvviso riscopre quel nodo che si era legata al dito. Make history, trova il tuo seggio, convinci un paio di amici, ricordati di andare a votare, per il cambiamento.

Vedevo questo video, e pensavo chissà quando toccherà anche a noi, nel nostro paese, di svegliarci una mattina con un impegno così, ma riuscendoci a credere davvero, non per consumata abitudine, non per cinico realismo, non per scherzo. Poi la sera, mentre sulla Cnn gli inviati da Chicago apparivano sotto forma di ologramma, e sembrava di stare a vedere Star Wars, esco di casa e sembra che la città sia più vuota del solito. Poi megaschermi e stati rossi e stati blu e proiezioni a rotta di collo, e lo sapete tutti come è andata a finire. Barack Obama presidente degli Stati Uniti. E fa un discorso indimenticabile, uno dei suoi, davanti a una folla sterminata nella notte di Chicago. Lo vedo in tv, in un ballroom strapiena, circondato da uomini e donne con gli occhi bene aperti, a strofinarseli per incredulità o per commozione. Ecco Obama, così giovane, così nero, così magro. Il figlio di immigrati diventato presidente. Rivendica la forza della speranza contro il cinismo, la forza dell’uomo comune davanti al potere, la forza potente del sogno e del cambiamento. E’ la risposta – dice – che viene dai giovani e dai vecchi, dai ricchi e dai poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, indigeni americani, gay, eterosessuali, disabili e no, perché non possiamo essere solo una lista di individui, di stati rossi e blu. L’avete fatto – continua – perchè capite l’enormità del compito di fronte a noi: mentre celebriamo stanotte, sappiamo che le sfide che ci porterà il domani sono le più grandi della nostra epoca, due guerre, un pianeta a rischio, la peggior crisi finanziaria da un secolo. È come se parlasse a ognuno di noi. Ma noi non siamo, né mai saremo, perfetti americani: per dirla come nel film “Come eravamo” di Pollack, noi non abbiamo avuto tutto troppo facilmente. T

utti chiamano urgentemente qualcuno al cellulare, come capita durante gli eventi storici o le gravi disgrazie. Esco in strada a mezzanotte. Una folla incredibile, multicolore, plurigenerazionale. Incontro neri, biondi, indiani. Ragazzi giovanissimi al primo voto, e vecchi militanti. Studenti di college, cani, passeggini, vecchi hippies. Festeggio con la stessa beata incoscienza di chi festeggia cose che non gli appartengono, di chi si imbuca a feste altrui. E poi dico che forse non si dovrebbe fare così, che dovremmo averlo capito che non bisogna credere mai ai politici, mai fidarsi del futuro, mai credere che il mondo possa davvero cambiare, mai puntare carte e speranze su un uomo solo. Vedo tutta questa gente e mi chiedo da dove esca questa energia, questa voglia di sperare, dove sarebbe andata a finire se – per uno dei soliti capricciosi soffi della storia – la vittoria non fosse arrivata. La risposta non la so, ma forse è da qualche parte in fondo a questa Nazione, mentre qualcuno si svegliava ricordandosi di quell’improbabile impegno, “fare la storia”. Finalmente una bella storia, per un giorno.

obama2008usa 2008

Luca Di Ciaccio • 5 novembre 2008


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