Ludik

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In God We Trust, mano nella mano

Foglie morte e televisori abbandonati sui marciapiedi di Cambridge, la domenica mattina. Sento echi di gloria e di alleluja che arrivano dai finestroni di edifici che a ogni nuovo angolo scopro essere chiese, delle più variegate confessioni. Ne supero un paio, poi alla fine ne trovo una, apro una porta, mi ritrovo in mezzo a dei cristiani pentecostali di qualcosa. Sono quasi tutti neri. Sul palco c’è un predicatore, sulla quarantina, la messa la guida tutta lui, per un paio d’ore abbondanti. È lì al centro dell’altare che parla, gesticola, fa battute, si mette a cantare, scherza col suo pubblico di fedeli che lo conosce bene. Sull’altare anche strumenti musicali professionali, e una pianola e una batteria e microfoni per il coro. C’è una certa allegria nell’aria, mi pare.

Appena entro trovo una persona che mi saluta, mi da una bibbia in mano e con gentilezza mi accompagna al mio posto, quasi come farebbe una maschera a teatro. Mi siedo, ascolto, cerco di capire. All’inizio tutta la chiesa diventa un gospel: un coro di oltre cento persone, tutta la chiesa che canta, qualche ragazza più giovane che azzarda un balletto, le signore anziane coi cappellini dai colori sgargianti che tengono il ritmo. Poi arriva il pastore, e inizia piano piano il suo discorso sulla volontà di Dio, sulla fede, sulla scoperta di se stessi. Ma il momento storico della settimana che è appena trascorsa è nell’aria, e si capisce che nessuno può far finta di ignorarlo. Anche in una chiesa. O forse soprattutto in una chiesa. Ecco, si gira, prende una copia di giornale appoggiata sulla sedia, ce la mostra, è la copertina di Newsweek appena uscito, c’è il faccione del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti appena eletto. “Lo vedete?” dice. “Lo sapete che in fondo sto parlando di lui”. E comincia tutto un discorso sul fatto che tutti guardano a Obama e pensano alle svolte della politica, all’euforia per il primo afroamericano presidente, alle promesse della campagna elettorale eccetera eccetera. Ma la verità è un’altra: Obama ha una missione su questa terra, come ognuno di noi nelle nostre singole vite, e questa missione gli è stata, ci è stata, affidata da Nostro Signore. È Dio che decide insomma, abbiate fede, non gli organigrammi dei partiti, non i fallaci sondaggi, non gli indecisi elettori. “Ehi però non scherziamo: ci sarà mica qualcuno che ha votato per McCain qui?”. Risate, voci che gridano no.

Un altro coro, poi il pastore ricomincia. E unisce senza paura e senza ambiguità di parte l’intimità del messaggio personale e la forza collettiva di quello politico. Ma qui ogni Chiesa ha il suo spazio, campa con le offerte volontarie dei fedeli, senza agevolazioni fiscali e concordati. Ed ecco che dal pastore arriva un altro appello contro l’individualismo, contro le discriminazioni e contro l’apparente casualità del destino, alla ricerca di un’umanità che fa ritrovare tutti vicini. E che impedisce di tenere per sé le cose positive: “you can’t keep for yourself”. In fondo, spiega il pastore, tutti abbiamo una missione per conto di Dio, e quindi preghiamo per il nuovo presidente, ma preghiamo anche per quello vecchio. Assonanze e ritmi, interazioni e senso di comunità. Alla fine, al momento della preghiera finale, non ci sono mani giunte individualmente, ma ci si prende tutti per mano, si risponde spontanemente yes, e spontaneamente ci si alza, si balla, ci si abbraccia, si porgono le mani al cielo. Nonostante tutto, un cattolico avvezzo a blande e soporifere prediche in parrocchia accompagnate da lamenti dell’harmonium, faticherebbe a riconoscere un pastore di anime nell’uomo o nella donna con microfono a cuffia, stile Madonna (Ciccone) in concert, che eseguono i loro numeri, accompagnati da un tifo da basket e da impianti audio buoni per sala house da discoteca.

cambridgechieseusa 2008

Luca Di Ciaccio • 12 novembre 2008


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