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Inglese per principianti

Tutti noi impariamo a parlare, così come i pesci imparano a nuotare, o gli uccelli imparano a volare, perché il linguaggio è nel nostro sangue. Il modo in cui le persone corte di circa due anni di età cominciano a negoziare complesse strutture linguistiche è uno dei miracoli della natura. Il modo in cui altre persone corte di cinque anni di età padroneggiano due linguaggi, uno per quando sono a casa e un altro per quando sono a scuola, è altrettanto miracoloso. I bambini in fondo imparano il linguaggio scolastico che gli consente di cavarsela, e deve trattarsi dello stesso istinto di sopravvivenza che consente ai migranti di imparare un secondo o un terzo o un quarto linguaggio, a seconda delle loro peregrinazioni – più o meno volontarie – attorno al mondo. Oppure ci sono alcuni popoli che decidono di cambiare o acquisire un diverso linguaggio per ragioni politiche, o come distintivo di una qualche resistenza etnica. Comunque sia tentare di imparare una lingua straniera in età adulta significa imporre una specie di violenza sul proprio cervello. Molti sostengono che riuscire nella difficile impresa di imparare davvero una lingua straniera è possibile solo se spinti dall’amore o dal lavoro. Insomma o ti aiuta il cuore o ti aiuta la pancia.

Ora io sto per finire la mia scuola di inglese, e nel frattempo non mi sono innamorato e nemmeno ho trovato un lavoro in latitudini anglofone, quindi non posso dire che i risultati siano tanto soddisfacenti. Finora il mio bloc-notes è un convulso catalogo di decolli, incidenti, paurose scivolate e voli inaspettati. Imparare l’inglese – ormai lingua franca del mondo – dagli americani è un’esperienza doppiamente interessante. La lingua inglese in America viene presa, strizzata, masticata, inghiottita e risputata, restando altrettanto affascinante, e diventando più funzionale. Il comandamento, da queste parti, è: ridurre e semplificare. Perché scrivere night, right, light (“notte”, “giusto”, “leggero”) quando nine, rite e lite sono più brevi, più facili da ricordare e più vicine alla pronuncia? Perché sprecare una vocale in colour e honour, quando color e honor fanno allo scopo? E poi volete mettere la tendenza globale alle abbreviazioni nell’era dei text message e degli instant messaging, coi numeri al posto delle preposizioni? Poi va messo in conto il problema di sintonizzarsi su certi accenti locali (specialmente dalla Virginia in giù) o su certe inflessioni come quella dei black americans. Piccolo trauma è stato, all’inizio, scoprire che qui molte persone per dire “yes” dicono “ya”: pensavo di essere atterrato in Germania. Eppure oggi è l’America la fabbrica dell’inglese, non l’Inghilterra. È Hollywood e non Oxford che insegna a parlare a cinesi, russi, tedeschi, e agli italiani quando hanno voglia di imparare.

Studiare qui inglese con persone delle più svariate nazionalità inoltre permette di scoprire difficoltà diverse a seconda del proprio linguaggio di partenza. A noi italiani, per esempio, ci aiuta l’origine latina di molti suffissi, oltre che la singolare capacità di esprimerci gesticolando (un ragazzo cinese appena arrivato, l’altro giorno, per spiegare un concetto invece ha preferito sollevare un banco). Circola ancora la storia (forse leggenda) di uno studente giapponese che venne ucciso perché, entrando per errore in una casa americana, ignorava che Freeze! vuol dire “Fermo dove sei!”. Avere qualche conversazione con italoamericani emigranti di vecchia data, poi, è un modo per svelare quante incredibili contaminazioni possa ricevere un linguaggio, e quali sintassi vertiginose. Per esempio la mia vecchia zia (passata cinquant’anni fa dal vecchio dialetto gaetano all’inglese senza tante mediazioni) per dire “congelare” usa il verbo inglese froze, ma lo italianizza, anzi lo dialettizza, e così se ne esce dicendo “gl’ho fruzato” per dire “l’ho congelato”. Comunque sia non si finisce mai di imparare: l’altro giorno ho scoperto perché noi tutti quando dobbiamo dire a qualcuno stai zitto! diciamo shhhh!, viene dall’inglese shut up. Come quelle paroline da fumetto di Topolino quando ero piccolo: yawn! è davvero il verbo sbadigliare, gasp! significa sul serio rimanere senza fiato. Ogni tanto mi torna in mente perfino l’inglese imparato negli anni di scuola: non è sufficiente, ma ancora me lo ricordo. A dimostrazione che chi impara un linguaggio da giovane (e per questo: impararlo bene) poi non lo dimenticherà più. Tanto se poi non riesco a capire quello che mi dicono “it’s your problem”, come si dice da queste parti. È un problema mio.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 15 novembre 2008


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