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Departed from Boston

Dovrei rispondere qualcosa al mio amico Peppuccio che mi scrive “caro Di Ciaccio, ormai sei troppo yankee per i miei gusti: e Obama qua e Obama là, ma quand’è che torni a scrivere quei bei pezzi di una volta sulla provincia italiana?”. E avrei voglia di spiegargli che dopo questo paio di mesi passati a Boston in verità la prima cosa che progetterei di esportare sarebbe la claim chowda, e cioè una zuppa cremosa di vongole atlantiche, una cosa che qui sanno fare benissimo, quasi quanto la democrazia.

Anche se camminando in questa città mi vengono in mente tutte le grandi cause liberali della storia: rivoluzione, indipendenza, antischiavismo, emancipazione. E poi mi vengono in mente i puritani sempre in agguato, i discendenti dei primi coloni del Nuovo Mondo, il quacchero che si nasconde in ognuno di noi, anche senza cappelloni con la fibbia e cuffiette plissettate. Perché per esempio qui è ammesso ormai da quattro anni il diritto al matrimonio per le coppie omosessuali e invece si rischia ancora la condanna e l’arresto se una donna azzarda un topless su una spiaggia pubblica? La città madre dell’America era troppo impegnata, forse, a rinascere dalle rovine dell’età industriale. Mezzo secolo dopo l’ascesa delle grandi famiglie politiche, espresse dal calderone maleodorante del suo porto, dei suoi calzaturifici, delle sue tessiture e dei suoi cantieri. E le generazioni di immigrati greci, irlandesi, italiani, le cui tracce trasudano abbondanti lungo quartieri e cognomi e carriere. Ha avuto il suo rinascimento urbano e prepotente, la vecchia Boston, dopo che urbanisti, politicanti e sociologi l’avevano data per morta. Le manifatture e i magazzini ormai trasformati in centri commerciali di lusso, palazzi per uffici o dependance universitarie. E the Big Dig, il grande scavo, che corre sotto il mare e sotto il porto, megatunnel appena inaugurato dopo anni di lavori, rinvii, appalti sospetti, costi lievitati, e già i primi bulloni difettosi che cadono e qualche lastra di cemento pericolante.

La chowda comunque, insieme alle ostriche e insieme ai gamberoni, la fanno benissimo in un ristorante nella zona del porto, che non ha un nome però lo chiamano “No Name”. Il cielo e il mare, nei pomeriggio di novembre, sembrano fatti di fuliggine e cartone. Però da un lato si può ammirare il riflesso delle auguste facoltà universitarie, del Mit, di Harvard, del Boston College. Volete mettere: adesso potrò inserire in curriculum che mi sono laureato alla disastrata Sapienza di Roma però le feste universitarie almeno le ho fatte ad Harvard e al Mit. E voltandosi dall’altro lato sembra ancora di avvertire l’ombra dei vecchi boss che controllavano la città, come nella scene torbide di quel film recente e bellissimo di Scorsese, “The Departed”. Dietro l’immobilità dei parchi ricoperti dalla neve ogni inverno, dietro le luci ancora accese dei vecchi lampioni dall’aria europea, dietro gli ordinati viali residenziali dei sobborghi di Cambridge, dietro la sottile Hancock Tower che taglia come una lama di cristallo le vecchie facciate delle chiese di Copley e della Public Library, dietro la metrò T, antica e sonnolenta come molte cose bostoniane, dietro quello Stato graniticamente democratico, vecchia culla dei Kennedy morti o morenti o prossimi venturi. Ma in questa città, come confessò una volta un vecchio boss di Cosa Nostra, anche i “bravi ragazzi” sospendono le loro guerre per andare alle partite seduti al fianco delle famiglie rivali con le quali si spareranno dopo il fischio finale. Per colpa dei Red Sox o dei Patiots o dei Celtics, va a sapere.

bostonusa 2008

Luca Di Ciaccio • 18 novembre 2008


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