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Cercando l’America

Sono seduto in questo vecchio locale con le travi di legno e gli sgabelli un po’ malandati, e a un certo punto il frontman attacca un blues che conoscono tutti tranne me, chiede alla gente di seguirlo, di cantare insieme il ritornello, le parole però sono semplici, parlano di amori e di sbagli, di vita passate a fare le cose giuste oppure le cose sbagliate, e pensi che in fondo questa è l’America, anche se è difficile da spiegare, anche se capisco che è venuto finalmente il momento di rimettermi in viaggio, anche se sempre meno di quanto vorrei. Qualcuno grida “yes!” verso il chitarrista.

Ed è questo che viene voglia di fare: scartare, deviare, consumare l’asfalto ruvido, “birra e rock ‘n’ roll come un vaccino”, riempire i polmoni d’aria e andare avanti. Andare alla ricerca delle insegne dei motel, con le loro stanze tutte uguali, con le automobili parcheggiate davanti la porta di ogni camera, che in certe sere sembrano assomigliare ai cavalli dei cowboy, aspettando che passi la notte. Contare il numero infinito dei cartelli delle gas station. Mettersi in fila tra ricchi e poveri, bianchi e neri, vecchie Dodge esauste e nuove Lexus scintillanti. Contemplare le scritte luminose delle catene di fast-food. Ritrovarsi seduto a tavoli di plastica, con davanti scatolette di cibo che non si ha voglia o tempo di mangiare. Intuire in modo vago che quei neon rossi, nel buio, sono le opere d’arte dell’America. Forse un’arte preterintenzionale, forse la più significativa di queste latitudini. Non basta apprezzare gli scenari naturali o le meraviglie architettoniche. Occorre sentire gli amici che hanno viaggiato di più in lungo e largo per questo paese grande come un continente fare la lista delle città più brutte, o dei posti più tristi.

H.L. Mencken, scrittore del Maryland, scrisse che “l’America, a certi livelli, sembra possedere una libido violenta verso ciò che è brutto”. Intanto mi fermo a pensare, e mi ritrovo cambiato da questo autunno lontano dalla mia solita vita, lontano dal mio solito paese, tornato persino su un banco di scuola, avvertendo pesi che scivolano via dai miei occhi o dalle mie spalle, e tuttavia sono cose che non so spiegare, o che preferisco tenere per me. Credo solo di essermi reso conto che certe volte il modo migliore per scoprire se stessi è quello di lasciarsi guardare dagli altri, e voi capite che questo suggerimento può valere per un sacco di cose, poveri disgraziati o potenti nazioni, a patto di non lasciarsene condizionare. Poi, all’improvviso, mi viene in mente la canzone “America”, quando Paul Simon nelle ultime strofe è ormai arrivato al termine di quel viaggio su di un pullman della Greyhound, che da Pittsburgh a New York li ha visti andare alla ricerca del loro stesso paese. E mentre “la luna sorge sui campi”, nel buio delle ultime file di un autobus, illuminato solo dai riverberi delle luci artificiali che arrivano da fuori, quando i grattacieli di New York stanno quasi per sorgere all’orizzonte, insomma ecco che allora lui confessa alla sua ragazza, che se ne sta mezza addormentata contro un finestrino, di sentirsi “perso”, vuoto e dolente.

usa 2008

Luca Di Ciaccio • 23 novembre 2008


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