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Il vento di Chicago

Cammino con il naso all’insù in mezzo ai grattacieli e al vento di Chicago. Puoi riconoscerli i turisti da queste parti perché stanno la metà del tempo con la testa rivolta verso il cielo, d’altronde cosa vuoi che sia una cervicale di fronta alla stupefacente bellezza della contemporaneità. Mentre gli indigeni, nati e cresciuti in mezzo al vento che batte costantemente la città, li vedi che hanno quasi tutti un cappuccio in testa, e gli occhi ben piantati a terra, a proteggere dall’aria che adesso diventa sempre più fredda il maggior numero possibile di centimetri quadrati di pelle. Tra i tanti soprannomi la chiamano anche windy city, o città che macina aria, forse con la stessa facilità con cui macinava carne di porco ai tempi dei mille mattatoi e delle mille gang di Al Capone. Il vento viene dai grandi laghi, ma c’è chi dice che i suoi flussi siano stati amplificati proprio dalla costruzione dei grattacieli. Giro senza fermarmi in mezzo al Loop, che poi sarebbe il quartiere degli affari e dei teatri, delimitato dai ponteggi arruginiti e traballanti della vecchia Elevated (El per gli amici), un anello ferroso piazzato attorno ai grattacieli mentre finiva l’Ottocento e si inauguravano esposizioni universali come se piovesse.

In fondo a Michigan Avenue pago quindici dollari per prendere un’ascensore che va a venti miglia orarie e in pochi secondi mi scaraventa a un novantaquattresimo piano che sta a trecento metri d’altezza. E da lì, dalla cima del John Hancock Building, guardandomi intorno non so se essere più impressionato dai prodigi dell’uomo che ha creato questa bellezza archittettonica perfettamente moderna, o da quelli della natura che ha creato questo lago pazzesco, lungo 500 chilometri e largo 190, dove sono affondate più navi che nel triangolo delle Bermuda. Continuo a girare da nord a est e poi a sud e poi a ovest per riprendere il giro, e continuo a meravigliarmi, cercando di indovinare da che parte sta l’Indiana e da che parte sta l’Illinois, e verso dove si sposta la gente ogni giorno avanti e indietro, tra vilette e grattacieli, e facendo fotografie alle ombre enormi dei palazzi, compresi quelli ancora in costruzione e adesso fermati a metà, forse perché non ci sono abbastanza soldi al momento.

Scendo a camminare lungo le spiagge di Oak Street, appena sotto la linea dei grattacieli e il nastro della superstrada. Sono fuori stagione e non c’è quasi nessuno ovviamente. Vedo un uomo e una donna di mezza età discretamente abbracciati davanti alla riva, poi l’uomo si toglie le scarpe, si alza il risvolto dei pantaloni e cammina per pochi metri dentro l’acqua del lago, finché quasi non gli arriva alle ginocchia. La donna rimane a riva, sulla sabbia, forse lo guarda con tenerezza, e si ferma a fotografarlo. Sullo sfondo da un lato c’è un grattacielo che riflette le nuvole, dall’altro c’è un’enorme ruota panoramica ferma in mezzo a un molo.

chicagousa 2008

Luca Di Ciaccio • 26 novembre 2008


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