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American Thanksgiving

Incollati alle grandi strade oppure ai piccoli incroci in mezzo al nulla corrono centinaia di chilometri ininterrotti di campi di mais seccati dal gelo, piccole fattorie, oceani di erba e alberi storti dal vento, distributori di benzina dove l’aria del mattino si carica di odore di pancetta fritta e di caffè, immense farm cerealicole dove i turisti non passano mai e i giornalisti arrivano solo ogni quattro anni quando ci sono le elezioni, insegne di fast food che si illuminano nel tramonto, grandi fiori di metallo che spuntano nei prati, e poi i saliscendi delle piccole strade perse nel Midwest come vento in attesa della bufera. Nevica sul filo del fuso orario, al confine con l’Indiana. Davanti al muso dell’auto si spalanca un’altra Interstate, il nastro trasportatore stradale del flusso e riflusso americano. Benzinai, meccanici, ospedali, cinema, drugstore affiancano la pista, pronti a soddisfare ogni urgenza. Quando ci si addentra nel cuore degli States la vertigine che si prova non è fisica, è mentale. Come se allontanandosi dall’Est atlantico, dalle sue città e dalle sue valli fuligginose dall’aspetto quasi tedesco o inglese, ci si staccasse per sempre dall’ultimo cordone ombelicale di mamma Europa. Perché oltre il fiume Ohio, a sud dei Grandi laghi, comincia davvero l’America, la loro America, quella che si nasconde alla curiosità dei turisti dietro il profilo di New York, la pomposità di Washington, le università chic di Boston e che nessuno, se non per sbaglio, per lavoro o per follia, vede mai.

Il mio amico Luke aveva promesso di portarmi a festeggiare il weekend del Thanksgiving con la sua famiglia piena di zii, cugini, fratelli e nipoti, in una fattoria in mezzo ai campi dell’Ohio dove è nato e cresciuto. “Una vera esperienza americana, no?”. Così mi ritrovo in viaggio nel giorno consacrato ai tacchini ripieni e al ringraziamento per quello che si ha e per quello che si sogna di conquistare o soltanto mantenere, in questa specie di Natale laico americano. E’ una tradizione. E le tradizioni, che noi europei sentiamo talvolta come un peso, in America costituiscono una conquista. Avere una tradizione significa possedere un passato, possedere un passato vuol dire sentirsi le spalle coperte. I nuovi arrivati rimangono subito conquistati dall’atmosfera. E’ come un bagno di umanità questo viaggio nel midwest americano, felice e stupito dalla temperatura umana di una famiglia che mi accoglie e mi fa sentire a casa nel giro di un pomeriggio, e sentirsi a casa nel mezzo di un lungo viaggio, in un posto dove non avresti mai immaginato di essere, provoca in me una sensazione inedita di calma e felicità. Mi siedo a tavola nel cenone del Ringraziamento che inizia alle quattro di un pomeriggio già buio, in un atmosfera di rumorosa allegria, tra polli ripieni, patate dolci, marmellate, mais al forno, frittelle, torte di zucca. Dico a voce bassa, tenendo per mano i miei vicini di tavola, poche righe di una piccola preghiera, che fa un effetto spontaneo o semplicemente vero anche a un relativista come me, abituato a certi panorami di provincie più piccine, e familiarità e religiosità assai più ipocrite, e piccoli mondi perfettamente avvelenati. D’altronde è la festa del ringraziamento questa, e come scrisse una volta il giornalista Beppe Severgnini “noialtri in Italia non ringraziamo mai, se siamo soddisfatti ci limitiamo a non protestare”. Passato il lungo ponte di festa toccherà tornare al lavoro o allo studio, in una società che vuole solo vincitori.

Sulla via del ritorno, mentre le strade del Midwest che mi riportano a Chicago entrano in un sipario di nubi appena sopra la piattezza dei campi, mi chiedo se sarò in grado di rendere, di spiegare la densità umana di questo pezzo di viaggio. Probabilmente no. Delle cose più preziose poi, quando prendi appunti su un foglio di carta o su uno schermo di computer, non rimane nulla. Però rimangono alcune immagini, come foto. Le ordinarie famiglie, con la faccia composta e poche parole da scambiare, che celebravano il loro pranzo di Thaknsgiving da Eleni’s, unico ristorante aperto sulla highway dell’Indiana, tra incongrui festoni, sbrigative cameriere e due televisori accesi sulla Fox che parla dei terroristi che si fanno esplodere negli alberghi di Mumbai. Le anziane signore della piccola fabbrica di cioccolato di West Liberty, in Ohio, che fanno assaggiare a tutti la loro nuova intrepida specialità, bacon ricoperto di cioccolato. L’adesivo appiccicato sul parafango di un Suv che mi fa tirare un sospiro di sollievo, e sopra c’è scritto “Dio benedica tutti, nessuno escluso”. Gli Amish di giovane età, coi loro vestiti e cappelloni neri, tutti in fila nello stanzone laterale di un supermercato WalMart, per giocare a un videogame. E l’immagine delle strade americane di fronte a me, quelle che forse come nessuna alta strada sembrano dare l’impressione di una transumanza possibile comunque vada, di chilometri perduto o abbandonati, per buttarsi il passato alle spalle e magari ricominciare da capo.

ohiousa 2008

Luca Di Ciaccio • 30 novembre 2008


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