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Prima neve

Una mattina di lunedì mi sorprende la prima neve, che imbianca le strade di Chicago e fa urlare un paio di bambini sotto la mia finestra. Guardo il bianco umido che cade dal cielo oltre la finestra, sotto forma di fiocchi piccoli, freddi, ghiacciati. Per gli indigeni delle terre del nord la neve è una meraviglia a cui si è così abbastanza abituati che fa presto a trasformarsi in una scocciatura. Ci sono viali e strade da spalare, tergicristalli della macchine da sbrinare, mucchi di sale da spargere. Invece per noi che eravamo bambini cresciuti in latitudini dove la neve è un’eccezione che non si fa quasi mai vedere, l’effetto che adesso ci fa all’improvviso è solo meraviglia e poco altro, tutte le cose banali sotto i nostri occhi paiono avere una nuova luce, ed è come tornare bambini appunto.

Se ci penso il mio primo – vago – ricordo da quando sono nato è giusto un’ultima nevicata. Mio padre che mi sollevava in braccio, sul balcone di casa, per farmi vedere la mia città di mare stranamente ricoperta da una bianca coltre di neve, era l’inverno dell’ottantasette forse. Adesso un camion passa lungo la strada, lascia dietro di sé due tracce nere nel grigio chiaro che ricopre l’asfalto. La città è ancora parzialmente tappezzata di manifesti che si congratulano col nuovo presidente e loro concittadino, il suo trademark è riconoscibile perfettamente ormai e ognuno se lo gioca come può, a Chicago per dire sperano di far dimenticare la fama di città impregnata di di politici corrotti e di aggiudicarsi la candidatura olimpica del 2016, vada come vada, mentre lui ora annuncia alla tv che neppure le grandi superpotenze bastano a se stesse, e che anche i grandi “hanno bisogno del mondo”.

Un mio amico mi fa notare quanto sia difficile nella stragrande maggioranza dei quartieri d’America, pure quelli più progressisti, trovare negozi e ristoranti frequentati in eguale misura da bianchi e da neri, e quanto sia diffile anche per noi spacciatori di buona volontà farci caso. Osservo le punte dei grattacieli e le vedo immerse in una specie di nebbia. Adesso da lì sopra si può solo intuire l’esistenza di una megalopoli ai loro piedi. Mi fermo a raccogliere un po’ di neve. Dopo qualche istante mi accorgo che in realtà il ghiaccio è molto meno freddo di quanto sembri. Aspetto finché la mano diventa completamente bianca. Penso che il tempo, compreso quello atmosferico, è sempre bravissimo a prenderci in contropiede sulle stagioni della nostra vita.

chicagousa 2008

Luca Di Ciaccio • 1 dicembre 2008


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