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Le mille luci di New York

E’ difficile capirlo, e sicuramente io non lo ho ancora capito, ma New York è immensa. Lo sospettavi quando davi un’occhiata alla mappa satellitare di Google. Lo intuivi girandoci attorno in aereo poco prima di atterrare. Lo capisci ora che ci sei dentro, scivolando tra i canyon urbani di Manhattan, nel suo disordine assolutamente elettrico. Certo, è una delle metropoli più grandi del mondo. Contiene dentro di sé l’iperbole di tutti i fenomeni. Ha la forma di un’isola che sviluppa in verticale, con tutte le sue ansie e tutte le sue vittorie. Ma dire questo non basta: New York è anche espressione di un’infinita varietà di paesaggi urbani e realtà sociali differenti che convivono addossate le une alle altre. Così immensa, così compressa.

Significa che qui, come in nessun posto mi è mai capitato, puoi attraversare la strada e ritrovarti in un posto del tutto diverso da quello che hai lasciato. Faccio un esempio: basta camminare lungo l’upper East Side, zona straricca, tra il Chrysler Building e le varie Madison e Park Avenue, con locali e ristoranti in vario numero, poco sopra la Grand Central Station da cui escono i treni. Tra Park Avenue e Lexington, verso la 103sima strada, si può percepire il punto esatto in cui il lusso dell’East Side finisce e comincia lo squallore di Spanish Harlem. Un quartiere dormitorio, abitato in maggioranza da persone di colore e latinoamericane, dove il passatempo preferito nei pomeriggi della domanica è stare seduti fuori dal palazzo, vicino alle buste di immondizia accatastate, ad ascoltare la musica da stereo usciti direttamente dagli anni ’80, con bambini che si inseguono lanciandosi sulla testa grossi cartoni di polistirolo. Tra le due realtà non c’è nessuna zona intermedia, nessun tampone: i ricchi stanno giù e i pezzenti appena più su, sull’altro lato della strada. Come in quel vecchio telefilm della tv commerciale: da una parte il ricco signor Drummond, dall’altra il piccolo Arnold e “che cavolo stai dicendo Willis”.

Ripenso all’immagine stratificata di un paese così potente e alle sue differenze sociali invece così precise da poter essere colte sulle strisce pedonali, mentre attraverso la strada. Sarà per questo che quando mi trovo al centro di Times Square, coi suoi negozi di ogni genere, le enormi insegne al neon, i cartelloni luminosi dei musical e delle pubblicità, il balletto dei venditori ambulanti, il chiasso incessante della folla, mi sento disorientato. Non mi piace l’aria finta che si respira nei posti troppo pieni di folla o di turisti. Mi guardo intorno e non mi stupisco. Un tipo davanti a me, forse un americano di Cologno Monzese, dice: “This place is…”. Non gli viene l’aggettivo. Un amico al suo fianco prova a suggerire. Fancy? No. Trendy? No. Hip hop? No, no. Cool? No. Fuckin’? No. God damned? No. Go-the-hell-out-of-here? No, no, no. Poi s’illumina di senso e, radioso, dice: “This place is… big”. Esatto. Too big, troppo grande.

Forse c’entra anche il fatto di averla già vista troppe volte, anche se questa è la prima che ci sei venuto. Troppo lungo sarebbe l’elenco di panchine sul fiume, ragazze che inseguono taxi gialli sulle avenues, scimmioni che si attaccano ai grattacieli prima di essere sostituiti da aerei che ci finiscono dentro sul serio, orgasmi perfettamente simulati ai tavoli di un bar, e tutto il resto che vi può venire in mente. Anche adesso New York è piena di set di film e serie tv. L’amministrazione cittadina mette a disposizione location a costo zero, e paga anche i poliziotti incaricati di bloccare traffico e curiosi. I newyorkesi passano veloce, guardano tutto ciò, e ovviamente non si fermano mai. Sull’ultimo numero del New York Magazine c’era un lungo articolo che parlava dei “lonely people”, della gente solitaria di New York. Manhattan è il posto dove più persone vivono da sole, la metà degli appartamenti è occupata da un persona soltanto. Eppure, diceva l’articolo, quello della solitudine newyorkese, dell’alienazione metropolitana, nella città dove – come diceva Mark Twain già ai suoi tempi – è facile sentirsi solo in mezzo a milioni di tuoi simili, sarebbe nient’altro che un mito, un luogo comune. La solitudine che interessa davvero – si spiega – non è un dato oggettivo, misurabile con il numero di persone con cui ci si relaziona, ma un sentimento soggettivo, un sentirsi soli determinato dalla qualità delle relazioni nelle quali si è coinvolti.

Molti abitanti di New York, per esempio, hanno troppo da fare per sentirsi soli: impegnati nel contempo ad accaparrarsi la giusta marca di jeans e nella disperata ricerca del giusto modo per liberarsi dallo stress (va molto lo yoga, a quanto pare). Ripenso camminando da solo, appunto, di notte per le strade del Lower East Side a quella frase detta per sbaglio da un famoso scrittore: “Vorrei vivere per essere nessuno”. Non tutti ci riescono very well. Nel frattempo entro in un McDonald un po’ sudicio. E’ pieno di signore stranamente punk e ragazzi glitterati appena usciti da un festa in onore del buon vecchio Ziggy Stardust, tutti in fila per un hamburger mentre il cd d’ordinanza nello stereo in sottofondo manda il coro natalizio di “Adeste Fidelis”, e l’addetto al banco con la faccia da orientale urla senza cortesia: “the next!”.

new yorkusa 2008

Luca Di Ciaccio • 5 dicembre 2008


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