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Ground Zero

Arrivo sul fondo di Manhattan, cerco panorami da ammirare ma poi quello che finisco per vedere è il più desolante di tutti: Ground Zero. Sbucando da Liberty Street, una delle vie laterali strette e circondate da grattacieli, tra turisti che ciondolano e professionisti che sgomitano in pausa pranzo, la prima cosa che si avverte, senza pensarci nemmeno tanto, anzi un attimo prima di poter elaborare tutti i banali e inutili pensieri del caso é: troppo spazio, troppa aria, troppo vuoto. Cos’è questo buco all’improvviso? Quello che vedo è il cratere, le nuove fondamenta, acquitrini, gru, operai che lavorano 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Di notte si accendono luci bianche. C’è un rumore di sottofondo che non smette mai e neppure cambia, un gorgoglio della terra. Si intuisce il progetto della nuova Freedom Tower che dovrebbe sorgere all’inizio del prossimo decennio, ma per ora c’è soltanto la buca, grattacieli sopravvissuti attorno, e l’Hudson oltre quelli. Camminando in queste città americane, anche se solo come un mezzo turista, ho provato sempre una strana e forse stupida sensazione di mancanza. A queste città, molte delle quali sono semplicemente magnifiche – almeno per quanto i semituristi come me possono vedere – manca la tragedia, quella evocata dalla storia nel momento in cui passa sopra le nostre teste, quella che da noi in Europa è facile trovare ad ogni angolo di strada. Le vie dei rastrellamenti, i buchi delle pallottole sui muri, le stazioni da cui partivano i deportati di guerra, e tutti i secoli che ci sono ancora dietro. Chissà quanto ciò possa spiegare dell’essere americani. Ma poi arrivo a New York, e a New York – è inutile fare finta di niente – c’è quel buco a cui tutti pensano.

C’è Ground Zero, e l’undici settembre, e il crollo delle torri, e la memoria, e le vittime da onorare, e adesso anche le liti su quale museo o monumento costruire. “Mi sono svegliato stamattina davanti a un cielo vuoto” avrebbe cantato, non molto tempo più tardi, Bruce Springsteen. Difatti anche il pudore che sembra aleggiare attorno a quel punto in basso al centro di Manhattan, è una sensazione del tutto diversa, forse inedita. Come acquisire una curiosa e dolente collocazione nella storia. Scavalco turisti con macchine fotografiche in cerca dell’inquadratura giusta, tunnel su impalcature e centri commerciali riaperti al vecchio splendore, operai col casco giallo, vigili del fuoco che si guardano attorno. Resto fermo dietro a una vetrata, preso dalla fascinazione di quella vista. La storia, ripenso. Forse sentirsela sulle spalle non è mai un buon affare. La storia è un percorso a ostacoli che si ricostruisce ad ogni tappa. Chi è sopravvissuto sa, chi viene dopo distorce la memoria, se ne appropria. Gli psicoanalisti inducono a riesumare il passato, fanno scrivere quadernetti di esperienze perché nulla vada perduto. E se succedesse? Se non ci fossero più monumenti ai militi ignoti, ossari dei caduti, cimiteri dei nostri e altrui smarriti amori? Se tutto questo sparisse nell’imbuto del lavandino dove ci sciacquiamo la faccia prima di affrontare una nuova giornata?

Una volta ho letto un reportage sulla pulizia di Ground Zero, e su dove fossero andate a finire le macerie. Dice che la Cina e soprattutto l’India acquistarono l’acciaio delle Twins per farne elettrodomestici. Qualcuno, a New Delhi, spadella senza saperlo su un pezzo di grattacielo. Proprio accanto a Ground Zero, in direzione est, c’è un piccolo cimitero dietro la chiesa di St. Paul, con tombe antiche trecento anni. Dentro la chiesa c’è un’esposizione che ricorda i giorni del 2001, quando decine di esausti agenti e pompieri venivano lì per pregare, o mangiare un piatto caldo offerto da volontari, o solo dormire dopo ore di scavi estenuanti e senza speranza, mentre da fuori ancora entrava l’odore marcio di polvere e detriti, quella stessa polvere che poi ha fatto gravemente ammalare molti dei soccorritori. Ci sono oggetti di quei giorni: divise, foto, pupazzi di peluche, biglietti. Sul palazzo di fronte alla chiesa con il piccolo cimitero c’è una scritta che dice “Beati qui ambulant in lege Domini”. Ma vai a sapere quale legge, vai a sapere quale Signore. Nelle immediate vicinanze della grande area recintata non c’è nessuno che venda ricordi o esponga bancarelle, ma basta allontanarsi di cento metri per trovare souvenir di ogni tipo. A un angolo vedo un uomo con una lunga barba seduto per terra che suona con il flauto varie melodie patriottiche. Fisso l’uomo nel volto, cerco di capire se c’è qualcosa di doloroso e sentito in quell’omaggio, o si tratta invece di un suonatore ambulante che ha individuato una buona opportunità per recuperare qualche spicciolo. Dietro di lui per ora resta il cratere, resta il suono, restano quelle formiche operaie che si danno il turno per ricostruire.

ground zeronew yorkusa 2008

Luca Di Ciaccio • 7 dicembre 2008


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