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Una sera allo Stonewall

In Cristopher Street, zona Greenwich Village di New York, c’è una scultura commemorativa: statue di uomini e donne all’interno di un vero giardinetto, i due uomini in piedi abbracciati, le due donne sedute fianco di fianco. Ci sono vere vecchiette che si rilassano contemplando i piccioni, di giorno, e veri homeless in cerca di rifugio, di notte quando fa più caldo, attorno alle raffigurazioni. In modo che a guardare il tutto sembri una scena un po’ paradossale, ma forse è giusto così. Il piccolo monumento celebra un evento di quasi quarant’anni fa, che in fondo non fu che l’inizio di una lunga battaglia. La sera del 27 giugno 1969 (qui la storia completa raccontata da Luca Sofri, da cui prendo materiali) era un venerdì, e lo Stonewall Inn era pieno come un uovo. Il locale di Christopher Street, nel Greenwich Village, era uno dei più noti locali gay di Manhattan, discretamente appartato dall’esterno e periodicamente tartassato dalla polizia con una scusa o l’altra. Era frequentato da pochi vistosi travestiti e molti anonimi clienti, soprattutto giovani, rassicurati dalla riservatezza del posto e dal fatto che la polizia portasse sempre via per prime le checche e desse loro il tempo di dileguarsi.

Quel venerdì verso mezzanotte sei agenti della polizia di New York, quattro uomini e due donne, piombarono allo Stonewall per l’ennesima perquisizione dal mandato pretestuoso, utile a far tenere bassa la cresta ai locali gay. I poliziotti presero a distribuire minacce e rompere oggetti a colpi di manganello, e fecero uscire i clienti a uno a uno, fermando i travestiti. Ma quella sera qualcuno reagì. Non solo le solite energumene truccate e sui tacchi che volevano saggiamente sfuggire alla notte in cella: per la prima volta gli avventori resistettero all’intimidazione assieme, uomini e donne, gay e eterosessuali. Volarono bicchieri e sgabelli, i poliziotti furono presto in difficoltà e bloccati all’interno, mentre fuori una folla di centinaia di persone, in parte espulsi dal locale, in parte accorsi dai dintorni, resisteva all’arrivo dei rinforzi, accendeva falò e dava luogo ai tumulti da cui nacque il movimento gay americano, il primo nel mondo. Gli scontri durarono un paio d’ore, con alcuni feriti non in modo grave e una dozzina di arrestati sia eterosessuali che gay. I quotidiani newyorchesi (e persino il progressista Village Voice) riferirono l’accaduto con ironie volgarissime a base di “mascara che colava”, reggiseni, unghie laccate e “api regine che pungono”, rinforzando l’orgoglio degli insorti. Nelle sere successive ci furono altre manifestazioni davanti allo Stonewall, e altri scontri con la polizia. Il seme era gettato, insomma. Giorni dopo si tenne la prima marcia ufficiale. Sempre più persone cominciarono a reclamare non solo di essere lasciati in pace, ma di avere gli stessi diritti degli altri. Nelle loro rivendicazioni cominciarono a usare la parola “gay”. Erano tempi, negli Stati Uniti e pian piano altrove, in cui si cominciava ad affrontare di petto la questione dei diritti civili: per le donne, per i neri, per gli emarginati, per le minoranze in genere. L’amore omosessuale era considerato malattia mentale o reato.

Nel 1969 non esisteva ancora nessun movimento per i diritti degli omosessuali. Cominciò ad esistere lì. Erano cinquecento, e non avevano neanche un megafono. Adesso mi fermo lì davanti, e vedo che lo Stonewall è sempre in Christopher Street, con le sue bandiere arcobaleno: è stato dichiarato monumento nazionale, oltre alle quattro famose statue del parco sulla piazzetta. Dentro, nella sera in cui ci capito, è in corso una gara di canto con giuria, insomma una specie di versione gay di American Idol (che in Italia sarebbe l’Amici della De Filippi, per capirci). Ammesso che possa esistere la versione gay di un prodotto televisivo di massa già così tanto apparentemente gay. Sui giornali si parla ancora molto del voto negativo sulla Proposition 8 in California, che ha tolto agli omosessuali il loro diritto al matrimonio. Una nuova leva di attivisti, giovani e di nuovo impazienti, si sta risvegliando dall’apatia, usando la rete ma anche scendendo di nuovo in piazza. E si recensisce benissimo, paventando premi Oscar, il film con Sean Penn sulla vita di Harvey Milk, il primo gay dichiarato che ebbe una carica pubblica, consigliere comunale a San Francisco nel 1978, e che poi fu ucciso, insieme al sindaco, da un altro funzionario pubblico, un fanatico omofobo. Passato e presente, come a mischiarsi. Come a non voler più aspettare, o delegare le proprie vite a lentezze e moralismi altrui. Gus Van Sant, il regista di “Milk”, ha detto alla stampa: “Non ho voluto far uscire il film prima del voto di quest’America che elegge un presidente afroamericano e, nello stesso giorno, non considera cittadini come gli altri tanti esseri umani”. L’anno prossimo, a New York come altove nel mondo, si terrà ancora un altro Gay Pride. E forse ormai non sarà nemmeno la più utile delle cose.

new yorkpridesusa 2008

Luca Di Ciaccio • 8 dicembre 2008


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