Ludik

un blog

Fuga ad Alcatraz

Costeggiando il mare, si può non vedere il Golden Gate, o il Bay Bridge, o la Coit Tower, ma Alcatraz la vedi sempre. E allora decido di andarla a vedere davvero. Una mattina mi imbarco sul ferry come fanno un milione e mezzo di persone ogni anno a ventitre dollari a persona, muoio di freddo per i venti minuti che ci vogliono ad arrivare partendo dal Pier 33 e infine metto i piedi su questa isoletta davanti al cartello State Penitentiary. Ecco Alcatraz, “the Rock”, lo scoglio dei gabbiani, nel mezzo della baia di San Francisco. Sembra una diga rudimentale, ancora ottocentesca con le sue sbarre e borchie di ferro, eretta contro la marea del male sollevata dal Proibizionismo, dalla Grande Depressione, dalla Guerra, dalla Mafia ormai un secolo fa. Il suo ospite più celebre fu Al Capone, condannato per evasione fiscale. Ancora prima di entrare rimurgino su come escogitare una fuga. Scena di rito è il carrello della lavanderia, nascosti da un ammosso di lenzuola. Oppure la lente avanzata di un cucchiaio, notte dopo notte, a scavare nella parete friabile della cella.

Girandoci dentro, insieme a code di turisti vocianti, la prigione non fa poi molta impressione. Tranne quando entro nelle celle, e tutto sembra chiudersi attorno a me. Vedo the Hole, il buco, le celle dove erano piazzati i detenuti in isolamento. Vedo la Gun Gallery, dove i secondini appendevano ad un gancio le chiavi per non rischiare che queste venissero rubate in una rivolta. Ripenso ai cento film ambientati nel “Rock” (ma solo uno, il mitico “Fuga da Alcatraz” con Clint Eastwood fu girato davvero qui, e chissà poi che fine hanno davvero fatto quei tre evasi, ufficialmente mai più ritovati, né vivi né morti). Il vero inviolabile catenaccio della prigione di Alcatraz era l’acqua, quel tratto di mare gelido e violento che separa l’isola dei gabbiani da San Francisco e che nessun uomo riuscì mai ad attraversare vivo, nei 31 anni di funzionamento del penitenziario, dal 1933 al 1964. In seguito, dal 1968 per tre anni, l’isola fu addirittura occupata da un gruppo di indiani d’America, in una delle loro più epiche proteste contro l’occupazione dei loro territori nativi.

La guida cerca di far impressionare i visitatori di passaggio. I manager del parco adesso pensano di costruire un albergo di lusso sull’isola, riutilizzando i vecchi edifici delle guardie carcerarie. Intanto gli Stati Uniti continuano ad avere il più alto tasso di detenuti dell’Occidente, avendo superato da qualche anno anche la Russia. Si calcola che il 7% degli adulti e il 12% degli uomini sono stati condannati almeno una volta. Uno su venti è stato in galera, insomma. Per un attimo mi fermo a guardare fuori dalle celle, fuori dai finestroni enormi, oggi impolverati, rugginosi e pieni di ragnatele. Guardo fuori e vedo uno dei posti più belli del mondo, una delle città più belle del mondo, vedo il ponte rosso, vedo il tramonto scendere sulla baia, e se il vento tira nella direzione giusta sento i suoni e le risate e i clacson che giungono dalla terraferma. Era quella la tortura, a pensarci bene.

san franciscousa 2008

Luca Di Ciaccio • 13 dicembre 2008


Previous Post

Next Post