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Poetry Room

A quanto pare la libreria City Lights, la mitica libreria del poeta laureato Ferlinghetti, non è invecchiata, non è diventata il museo di se stessa, non ha perso né la sua vitalità sovversiva né il fascino bohémien. Da quando divenne famosa come la culla del movimento Beat, ha resistito all’usura di tutte le mode. Subito dopo la seconda guerra mondiale, dopo aver visto di persona l’orrore atomico a Nagasaki, il giovane reduce Ferlinghetti sbarcò in una San Francisco che gli sembrò – parole sue – “un po’ Parigi per la poesia europea di certi quartieri, un po’ Tunisi per le case bianche sul porto e la luce mediterranea”. Il quartiere di North Beach aveva un nucleo di antica immigrazione ligure discendente da ex-garibaldini, e di anarchici toscani. Nel 1957 Ferlinghetti fu arrestato e incriminato per oscenità per aver venduto “Howl”, la raccolta di poesie di Allen Ginsberg. Ma il giudice sancì che quei versi “si riscattavano per il valore sociale” e lo assolse in nome del Primo emendamento. Di tutte le rivoluzioni viste o sognate, e passate sugli scaffali della sua libreria, il vecchio Ferlinghetti adesso dice che solo quella tecnologica e dei computer degli ultimi anni non gli è piaciuta. “Si tratta di limiti che poniamo alla nostra fantasia e alla nostra coscienza”, dice.

Non so bene perché ci sono venuto in questa vecchia e gloriosa libreria, in fondo a me la beat generation dice poco. Ma forse solo per il gusto di girare tra i suoi scaffali all’antica, le pareti in linoleum, le piccole scomode sedie di legno per i dibattiti. Solo per starmene a sfogliare libri mentre fuori viene giù il buio e la pioggia, per il puro piacere di sfogliare. E infine salire all’ultimo piano, entrare nella Poetry Room, sedermi su una sedia scalcinata e prossima all’autodistruzione e guardare il muro che sta di fronte, con il cartello dove sta scritto “have a seat + read a book” che campeggia su tutto e tutti.

san franciscousa 2008

Luca Di Ciaccio • 14 dicembre 2008


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