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Volare

Il punto non è partire, né arrivare, ma volare. Quando l’aereo stacca la propria ombra da terra, le hostess smettono di fornire e mimare istruzioni per una salvezza quanto meno improbabile, il pilota non ha niente da aggiungere, le luci si abbassano. A quel punto vale la pena di essere lì. Viaggiare in aereo, per poco tempo oppure scalvacando fusi orari, è come mettere la vita tra parentesi. La tua identità si dissolve, al massimo puoi sentirti il passeggero 21C e amen, poi il volo rende tutti gloriosamente precari, verso un raggiungibile altrove celeste. È l’ascensione nel blu dipinto di blu, passando per la mezz’aria dove, all’andata e al ritorno, l’aereo balla, beccheggia e rolla. Intere ore senza la congestione degli aeroporti, delle città, della vita stessa. Ore senza lo squillo di un cellulare, l’invio di un email, la sigla di un tg. Lontano da chiunque, accanto a uno sconosciuto verso cui si è avuta la decenza di non rivolgere neppure una parola, manco di saluto. Prima e dopo, tutto il resto: trafile e lungaggini aeroportuali, scioperi del personale e fallimenti in agguato delle compagnie, universi da stringere in un bagaglio a mano e controlli arbitrari che tentano di violarli. Le necessità di arrivare due o tre ore prima in aeroporto, in qualsiasi aeroporto, preparandosi ad affrontare pratiche complesse. Trovarlo ingolfato come un qualsiasi ufficio postale. Pochi anni fa la sociologia lo definiva, giustamente, un “non-luogo”, dove le persone non stanno, ma transitano. Arrivano per andarsene, la sosta che vi compiono è una pausa di sospensione nelle loro vite, in cui il tempo si dilata, e non a caso spesso l’architettura degli aeroporti prende la forma di una bolla. Dove a scandre il tempo non è il neon costante di orologi digitali, ma il frullìo capriccioso di tabelloni che indicano “orario” e “destinazione” (in quelli di lingua spagnola, opportunamente: “destino”).

Gli aeroporti adesso invece sembrano dei luoghi appesantiti, incarnati, gremiti. Dove tutti convergono nella fila un po’ penosa dei metal detector. Tra cinture e scarpe da togliere, flaconi di profumo e bottiglie d’acqua da buttare, telefonini e computer da estrarre, soprabiti da sfilare, vaschette da riempire, senza indugi né cortesie. Tanto poi, pochi metri più in là, nel duty free, vendono ancora degli ottimi coltellini svizzeri. Buttando tutti i suoi cosmetici una donna americana commentò: “Sto perdendo la faccia”. Ci sentiamo più sicuri? Dovremmo, ma non è così. Una volta lessi una definizione di John Mueller, docente all’università dell’Ohio. La definizione è: “Teatro della sicurezza”. Significa che tutto quel metterci le mani addosso, ritirarci questo e quello non ci rende più sicuri, ma ce ne dà l’impressione: è una recita. “Se funziona – concludeva lui – ne vale la pena”. Sarà. A patto di capire, come per tante cose, dove finisce l’illusione e dove inizia la menzogna. Come passeggiando in quei negozi globali e stranianti che sono i duty free. Sempre con gli stessi scaffali e gli identici prodotti: stecche di sigarette, damigiane di profumo, confezioni da tre di bottiglie di whisky. Dappertutto con la stessa illusione ottica del risparmio di cinque dollari a scatola. All’aeroporto di arrivo spesso ci saranno altre file, e moduli dell’ufficio immigrazione, e carte che non si trovano, e valige che qualche volta non rispuntano fuori, e immancabili code dei taxi.

Quasi ci si dimentica, stanchi e stressati come si sta, che in fondo quella in cui siamo coinvolti è pur sempre un’avventura della specie. Volare, santo cielo, agli umani non era prescritto. Era Marc Augé quel sociologo che è rimasto famoso descrivendo gli aeroporti come i “non-luoghi” della modernità. Forse dovrebbe correggersi. Il vero “non-luogo” è l’aereo. Il non-tempo nel non-spazio, sospesi ad alta quota a guardare anche tre film di seguito, a giocare con se stessi a “Chi vuol essere milionario?” sul monitor e gioire per aver vinto qualcosa che non c’è. Il velivolo è un tubo che assomiglia a qualsiasi autobus di provincia. Dove hostess e steward tentano di distrarre il più possibile i passeggeri, con film inutili e pasti scadenti, quasi per far loro dimenticare che – caspita – stiamo volando, e gli oblò infatti sono dei buchi sempre più piccoli perché qualcuno teme che l’ebbrezza di vedere il mondo dall’alto si trasformi in paranoia. Eppure si vola. Confondendo lo spazio col tempo. Non riuscendo nemmeno a immaginare la velocità. Si legge con le cuffe in testa, si scrive con la penna sulla carta, si lavora al pc senza appigli online, si dorme con una mascherina colorata sul volto. Si pensa che se anche si precipita i patti almeno sono chiari: non se ne esce vivi, ustionati, sciancati. E poi si sogna, forse di non arrivare mai. Qualcuno già corresse la famosa frase: non partire è un po’ morire, vivere invece è volare.

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Luca Di Ciaccio • 21 dicembre 2008


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