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Pagate Savoia

Rivedo dopo un po’ di tempo Antonio Ciano, voglio fargli gli auguri di buone feste e poi complimentarmi con lui per quello che è stato capace di combinare nelle ultime settimane, e lo trovo a un tavolo del bar sulla piazza del Municipio di Gaeta, recentemente ribattezzato “Bar Diva’s”, tutto preso dal ruolo di pubblico scrivano. Un vecchietto gli ha chiesto, “gentilmente assesso'”, se per caso poteva aiutarlo a scrivere un biglietto d’auguri per il compare, che lui non era bravo con queste cose e nemmeno aveva tanto studiato. Lui all’inizio s’era schernito, però alla fine aveva accettato. E così s’erano messi lì a discutere, uno dettava e l’altro scriveva, se per caso conveniva formulare i saluti “con pace e amore” oppure “con pace e serenità”.

“Sei un servizio pubblico” gli dico appena lo vedo. “E che vuoi, già devo dare retta a tutti ‘sti messaggi di auguri sul telefonino. Senti questo del sindaco come comincia: che la venuta dell’Emmanuele… Emmanuele? E che gli è venuto in mente di chiamare il Cristo come un Savoia qualsiasi?”. E’ sempre il solito. Assessore post-comunista, tabaccaio borbonico, indefesso scrittore di pamphlet anti-risorgimento, star della telestreet di paese, con quella faccia da pirata della filibusta, ora è pure su Facebook. “Ormai bisogna essere ovunque per reclutare nuovi briganti, e anche brigantesse” mi risponde sorridendo.

Davanti al suo negozio di tabacchi, gestito dal figlio da quando lui è in pensione, troneggia un’enorme riproduzione della pagina di giornale che “La Stampa”, quotidiano di Torino, gli ha dedicato qualche settimana fa. Il titolo: “Pagate Savoia!”. L’aveva detto e l’ha fatto. Ciano ha portato in consiglio comunale la richiesta di risarcimento per i danni che Gaeta subì nel 1861, anno in cui i Savoia occuparono la città, diedero un calcio ai Borbone e incollarono l’Italia così come la vediamo adesso. E in un consiglio che per l’occasione si è trasformato in un’aula per una lezione di storia gliel’hanno approvata. Fanno 220 milioni di euro, per l’esattezza. Il principe Filiberto si è messo per risposta a gigioneggiare davanti le telecamere di “Striscia la notizia” dicendo che tutti questi soldi non li ha, partecipa ai reality apposta per arrotondare, ma al massimo potrebbe fare un po’ di lavori socialmente utili, tipo spazzare i giardini pubblici o cucinare le lasagne al centro anziani.

Sembrerebbe una boutade istituzionale, che però ha il senso di rendere omaggio alla pervicacia di un uomo. A Ciano è venuto a intervistarlo pure un giornalista francese, uno del progressista e prestigioso Le Monde di Parigi. Da Montesecco alla Rive Gauche. “Era un po’ preoccupato, mi chiedeva se fossi un clericàl, un reazionariò. Ma quando mai. Poi mi ha chiesto se è vero che ora voglio pure cambiare i nomi delle strade, quelle tipo via Garibaldi, via Cavour”. E tu cosa gli hai risposto? “Oui, gli ho risposto. E’ come se il viale principale di Parigi lo avessero intitolato alla regina Maria Antonietta a cui tagliarono la capa. Che almeno quella, a differenza di Cavour, era pure ‘bbona”. Certo che però, hai visto mai, 220 milioni di euro sarebbe un indotto mica male. Altro che gli aumenti dell’Ici. Certo Anto’ che di questo passo se il sindaco di Roma Alemanno trova gli eredi di Attila si fa ricoprire d’oro. “Embe’” – mi risponde lui – “che si vada a trovare l’erede e gli chieda i danni pure lui”. Rimango un attimo spiazzato. Ora che ci penso non ricordo nemmeno se questo Attila era il nome o il cognome.

ciano

Luca Di Ciaccio • 30 dicembre 2008


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