Ludik

un blog

Il cuore di tenebra sudpontino, tra mafie e delitti

Ogni tanto c’è qualcosa che frantuma la monotonia di un territorio avvolto nel tran tran dei soliti localismi da strapaese. Ogni volta ciò che si riceve in cambio sono sguardi misti di timore e di compassione, velati da un’ombra di disprezzo. Un giorno può essere un’indagine sulle infiltrazioni della camorra, un altro giorno può essere un delitto efferato tra ragazzi. Quando nelle redazioni giornalistiche è arrivata la notizia del 19enne Igor Franchini, ballerino di Scauri, trucidato con una quarantina di coltellate al ventre, la prima cosa a cui si è pensato è stata: di dove è originario? Essendo chiaro da subito che non di un immigrato si trattava bensì di un concittadino italiano a tutti gli effetti, lui come a quanto è poi risultato i suoi assassini, la domanda chiave allora era un’altra: viene dalla Campania? Aveva qualcosa da pagare alla camorra? Cosa c’era dietro?

Le redazioni dei notiziari locali, e l’immancabile troupe della “Vita in diretta”, si sono soffermate sulla piazza principale del paese, intervistando i pensionati seduti davanti ai bar, o un paio di preti prima di dire messa. Gente magari vicina di casa ma lontana anni luce da tutto il resto. Succede lo stesso quando negli stessi bar, nelle stesse piazze della brava gente comune qualcuno, giornalista con taccuino o semplice passante, solleva l’argomento delle infiltrazioni malavitose di cui si è appena letto sul giornale. “La malavita qui… e da quando?”, dicono i sorpresi. “Siamo in mano alla camorra…”, ribattono i rassegnati. “E’ una diffamazione, qui non siamo a Napoli…!”, chiosano i più risentiti. Anche gli amministratori locali, o i politici che per mestiere stringono mani, sembrano sempre svegliarsi da un sonno troppo lungo, e si rifugiano dietro frasi di circostanza o scontante manifestazioni di supponenza. “Un fatto del genere non era mai successo” aveva chiosato il sindaco di Minturno uscendo dalla chiesa dove il paese si era riunito in gran massa per i funerali della giovane vittima, assicurando però che “il nostro tessuto sociale è sano”. Almeno fino al prossimo delitto.

I risultati delle indagini sull’omicidio di Igor hanno poi portato all’arresto di un ragazzo 22enne di Formia come esecutore materiale e di altri tre ragazzi e una ragazza, tra i 19 e i 25 anni, per favoreggiamento. L’avrebbero ucciso in casa dopo una lite colpendolo con quaranta coltellate, in una di quelle villette vicino al mare di Gianola, vuote d’inverno e affittate a poco prezzo anche per qualche sera a gruppi di giovani, e poi l’avrebbero trasportato in una strada sterrata di campagna, dando anche fuco alla sua auto. Il movente dell’omicidio, hanno spiegato gli investigatori, sarebbe un debito di droga. Igor, a quanto pare, faceva spesso dei viaggi tra Caserta e Formia, magari per comprare e vendere un po’ di cocaina e hashish. Dunque a ben scavare, anche nel caso del povero Igor, c’entra la malavita. C’entra il contagio della vicina Gomorra che proprio sul sistema dello spaccio di droga, dai grandi traffici fino ai più piccoli galoppini di quartiere, fonda il suo dominio.

Ma anche in questo caso, come nei tanti della nostra provincia, la camorra è uno sfondo, una scenografia lontana, quasi un rumore di fondo ormai acquisito. Come ogni tanto, quando salta in aria un negozio o un’automobile viene bruciata. Incidenti di percorso, in un quadro generale apparentemente tranquillo, che non vuole attirare l’attenzione. È ormai assodato, a metà strada tra Roma e Napoli, che è in atto un’invasione silenziosa di mafie e organizzazioni criminali. Comprano tutto, infettano, riciclano, costruiscono, corrompono, ricattano e a volte amministrano. Senza rumore: tra accordi sottobanco e silenzi comprati. Come a Fondi, dove miasmi e indagini arrivarono fino ai piani alti del Municipio, ricevendo in cambio le lamentazioni di chi dice che “così si esagera, ci vogliono sputtanare”. Come a Formia, come a Gaeta, come a Sperlonga, come proprio a Scauri e Minturno. Sul sito fondani.it, nei giorni in cui erano all’apice le polemiche sulle infiltrazioni malavitose, venne lanciato un sondaggio: “secondo voi a Fondi c’è davvero la mafia?”. Su 36mila cittadini risposero appena in 41: 28 dissero sì, 13 no. Gli stessi giornali locali, con isolate eccezioni, stavano ovviamente dalla parte di chi difende “il buon nome” del circondario.

Eppure la malavita criminale fa da sfondo ma non è la chiave della morte del povero Igor. Come c’entra ancora meno con altri casi recenti, fin troppo vicini e frequenti. La giovane donna picchiata a sangue, violentata e poi data alle fiamme a Spigno Saturnia, da parte di due balordi di Minturno, lo scorso anno. Oppure, appena un mese fa, il ragazzo formiano di 15 anni massacrato di calci e pugni da un suo coetaneo, per una banale questione di ragazze, sotto gli occhi di altri ragazzini suoi amici, nessuno dei quali ha mosso un dito. Solo per dirne un paio. A volte basta meno, per esempio una rissa fuori da un locale. L’auto di due ragazzi che si baciano da prendere a mazzate per poi vederli scappare e riderne. Una prostituta sul ciglio della strada da ingaggiare in gruppo. Cose così, cose che succedono ogni giorno senza che trovino lo spazio di una breve in cronaca, del resto c’è talmente di peggio, no? Ecco, quello che accomuna la grande malavita come i delitti di nera è la chimica della reazione. Uguale alla chimica che li rende possibili. Insomma, che si tratti di grandi giochi di mafie o di piccoli raptus omici di periferia, il meccanismo diffuso è sempre lo stesso: minimizzare, difendere la propria comunità, riportare il tutto alla testa bacata di qualche balordo o corrotto, dare al massimo la colpa agli altri, quelli che “vengono da fuori”.

Nei messaggi su siti e blog in internet invece si colgono sentimenti di smarrimento e sorpresa. Su telefree.it commentando una notizia su questo “delitto made in Gianola”, l’utente Kalckreuth scrive: “Certe cose che credevamo succedessero sono nei film o nei telegiornali, comunque in posti molto lontani da noi, adesso sono accadute a pochi passi da casa nostra, è stato un pugno nello stomaco”. E l’utente Malatempora: “Non è sufficiente elencare tutto quanto di buono e di costruttivo si inventa e si organizza in una comunità. Tutto questo non basta più se non sappiamo vedere il malessere che emerge con sempre più rinnovato vigore. Se a volte fingiamo di non vedere o non riusciamo più a farlo. Non viviamo in un’isola felice, e non ne esiste una”. Abituati come siamo a considerare la metropoli come luogo per eccellenza della dissoluzione sociale, dell’anonimato a rischio, dovremmo invece prendere atto, se non altro per onor di statistica, che quasi tutti i più efferati casi di cronaca nera italiana degli ultimi anni non hanno per scenario grattacieli o muri di fabbrica, ma la provincia profonda, le sue villette residenziali, le sue campagne. Un’Italia minore, aperta al flusso caotico dei consumi, degli spettacoli, del virtuale, delle apparenti felicità chimiche, però nella vita reale ancora chiusa in piccole cerchie, piccoli itinerari. Quel famoso “qui tutti si conoscono” che consideriamo in genere una garanzia di controllo sociale, ma evidentemente non basta più a munire lo sguardo pubblico, e forse, al contrario, lo illude e lo confonde.

Viene in mente un’altra storia, accaduta all’altra parte del pianeta ma ambientata nel nostro stesso mondo. Qualche anno fa un gruppo di ragazzi californiani, sbandati sì, ma iscritti a un liceo, residenti nella stessa casa dei loro genitori, fece una bravata. Uno di loro aveva compiuto uno sgarro e, per regolare il conto, gli rapirono il fratellino quindicenne. All’inizio era una burla, poi persero il controllo della situazione e ammazzarono l’ostaggio. Venuto a conoscenza della storia dalla figlia, compagna di scuola degli assassini, il regista Nick Cassavetes ci ha girato un film, “Alpha Dog”. Come la pellicola ricostruisce, nessuno dei ragazzi si rende veramente conto di quel che sta facendo, nessuno dei loro amici cerca di fermarli, nessuno dei genitori (tranne quelli del rapito) sembra allarmarsi. Finché la situazione degenera. Come è stato possibile? La risposta di Cassavetes è: “I problemi sono sorti perché questi ragazzi si sono ritrovati a dover prendere delle decisioni senza nessun tipo di controllo o interferenza. Si sono create una serie di circostanze e coincidenze che hanno generato degli eventi che non sarebbero dovuti accadere”. Che si parli di mafie arrembanti o che si parli di fattacci di cronaca, magari con un po’ di droga in mezzo o protagonisti poco più che adolescenti, in entrambi i casi nella provincia sudpontina si registra un incremento di eventi. E al tempo stesso una voglia malcelata di minimizzarli, un’impotenza a intervenire al di là delle solite inutili giaculatorie di vescovi e polici. Forse la questione fondamentale sta in una sola parola, in un solo concetto: responsabilità. Insegnarla sarebbe un casino tremendo, eppure rivoluzionario: per gli adulti e poi per i ragazzini. Quando il tempo è debole, la cultura evanescente, le identità smarrite, le regole di convivenza civile sbeffeggiate dall’esibizione del potere – al governo del territorio e della nazione, nella vita quotidiana, in tv – è nel gruppo che trova riparo il nulla. Mafie o branchi che siano. Capita allora che la violenza diventi un passatempo. La responsabilità un optional. A volte, magari per sbaglio, ci si muore.

formia

Luca Di Ciaccio • 8 febbraio 2009


Previous Post

Next Post