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Fu Turismo

Mi sembra di avvistare in giro un revival del futurismo, sarà per via di quel famoso accidente per cui ormai, signora mia, il futuro non è più quello di una volta. Personalmente preferisco non coltivare nostalgie per il passato, figuriamoci se mi metto a nutrirle per un futuro andato a male. Quando cent’anni fa Marinetti lanciava la sfida al mondo, al tempo e all’universo intero senza il minimo dubbio di esagerare, allora ci si poteva prendere il gusto di considerare la tradizione, la storia e il passato come roba da feminucce o da pensionati. Il domani, come poi avrebbero detto anche un po’ di fascistelli e nazistoni di troppo facendo non pochi danni, apparteneva a loro. Parlavano a vanvera. Adesso in giro per la Capitale, ovunque ti giri, c’è un manifesto che celebra e declama: il futurismo di qua, il futurismo di là. Si sa, gli italiani tengono al proprio estro anche quando non lo capiscono. Chissà cosa penserebbero gli assessori alla cultura di qualcuna delle geniali stronzate marinettiane, pure lui gran rivoluzionario con bel posto in accademia di regime: vendere tutti i monumenti d’Italia, asfaltare tutti i canali di Venezia. Magari aveva ragione. Ormai è da duemila anni che facciamo la figura di quelli che pisciano sui monumenti eterni. I monumenti restano abbastanza eterni, e il nostro piscio dopo un po’ se ne va via.

Dovremmo forse amare il futuro, come la pagina bianca di un foglio intonso o di una schermata vuota. Amare la velocità, come la amarono i futuristi. Zang tumb tumb. Bisognerebbe esserne eccitati e stimolati. Ma forse ne siamo già fagocitati, con le nostre mille cose accavallate, le troppe finestre aperte ora sullo schermo del computer, i mille post-it scollati dalla mente. Bisogna avere il fisico e l’indole, per la velocità. Se i futuristi avessero saputo della bomba atomica, se avessero saputo del Concorde e di Internet? Forse avrebbero deciso di rallentare un po’ nelle loro aspirazioni, aspettando il vero futuro. Non quel futuro invecchiato subito, velocissimamente, come invecchiano tutti i futuri immaginati, come il loro futuro fatto di spinterogeni e dinamo e bulloni e carboratori, come le astronavi di Guerre Stellari oppure il cibo in pillole degli americani.

Mica facile farsi trovare pronti al momento giusto. Il compianto Boccioni, per dire, fu uno di quelli che si arruolò in guerra sperando in una morte eroica nella battaglia, e invece morì come un coglione, cadendo da cavallo e spaccandosi la testa. Comunque una mia amica mi ha regalato un ricettario di “Cucina Futurista”. Ci sono regole precise: niente pasta perché smorza la passione e toglie la voglia di combattere; niente forchetta e coltello; insieme al pomodoro usare anche profumo da uomo per rinforzare il sapore dei cibi, mentre della cucina giunge rumore di aeroplano. Ci sono dei periodi in cui un po’ in tutto il mondo la gente perde la bussola, se così si può dire. Intanto continuo a camminare nella città, tre le sue rovine del presente e la puzza di piscio negli angoli dei barboni, senza uno spiraglio in vista, solo e con la classica luce in fondo al tunnel. Che forse sarà un treno.

Luca Di Ciaccio • 4 marzo 2009


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