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Multietnico in salsa gaetana

In una notte forse buia e tempestosa, di certo un po’ ubriaca, padre e figlio romeni salvano ragazza italiana da violentatore marocchino in un bar sul lungomare dal nome anglofono (“Mc Rosey”) che serve pizze e kebab e hotdog, gestito da negoziante napoletano e dalla di lui moglie di nazionalità bulgara. Ecco qui, mi ritaglio questo pezzo di giornale e me lo conservo come preciso segnale di un’epoca, finanche nel mio borgo natìo di provincia. Convivenza multietnica in salsa gaetana. La notizia ha fatto il giro delle redazioni, stamattina era su tutti i quotidiani nazionali, su qualcuno addirittura all’onore della prima pagina, e perfino il gran sacerdote dell’informazione televisiva Bruno Vespa ha immediatamente invitato i due romeni “eroi per caso” alla prossima puntata del suo Porta a porta, nel centro dell’arena dove ogni sera vittime e carnefici si scambiano di posto. Il sindaco di Gaeta ha annunciato che darà ai due uomini la cittadinanza onoraria. Trattasi evidentemente del tipico caso che si insegna nelle scuole di giornalismo: è l’uomo che morde il cane. Sintetizzato al meglio proprio da uno dei protagonisti della vicenda, il 18enne Claudiu Andrei Patachi: “Ho fermato quell’uomo violento e ubriaco, ho salvato la ragazza, poi sono arrivati i carabinieri e lo hanno preso subito. Ma per la gente resto uno schifoso romeno. Pure l’altra sera una signora, appena ha visto la volante e il casino che c’era, ha cominciato a urlarci contro, romeni di merda… pensava che era tutta colpa nostra”.

Italiani, romeni, marocchini, albanesi, filippini. Operai, badanti, perditempo, piantagrane, turisti. Indigeni che gli parli delle mura di Gaeta e ti dicono “quali?” e ragazzi di colore adottati che parlano il dialetto gaetano meglio di una comare del vico 21. Come sono lontani i tempi in cui l’acme dello scontro di civiltà alla gaetana si condensava tutt’al più nell’astio contro i cugini napoletani o nelle risse campaniliste con “glie furmiani”. È proprio vero: la globalizzazione che doveva rendere il mondo più largo in realtà a noi ci fa l’effetto opposto, ci rende tutti più vicini, il mondo ci sembra di colpo più stretto, sempre più gomito a gomito, fianco a fianco. Andate nei budelli di via Indipendenza, in quella che è sempre stata la pancia di Gaeta, il cuore pulsante del popolo gaetano: oggi nelle vecchie anguste case del borgo, appena fuori dalla zona più commerciale, vivono sempre più immigrati, manovali o piccoli ambulanti, arrivati da terre lontane, in stanze cadenti affittate, a caro prezzo, da proprietari del posto. Così se un giorno all’ora di pranzo vi ritrovaste a passare dagli antichi cortili è probabile che prima o poi vi capiterà di sentire odore di cibi stranieri e speziati al posto delle vecchie care tielle. Ed esiste tutta una geografia di una Gaeta invisibile, assolutamente sottorappresentata: dai vecchi bar dei pescatori diventati ritrovo consolidato dei muratori albanesi fino al piazzale della stazione che ogni domenica mattina si popola di signore dell’Est Europa che caricano sui furgoni pacchi e buste destinati alle loro famiglie lontane. Mentre certe sere d’estate il viale alberato di Montesecco, coi turisti decimati dalla crisi, assume l’aspetto di un suk multirazziale, il più delle volte sempre con quell’identica merce “made in China” anche se è fatta dalle parti di Forcella. Un panorama che raramente sfocia in violenza, di certo non tanto di più delle risse estive di fronte ai locali alla moda o dei casi spesso sommersi di insospettabile violenza domestica. Molti dei pigri abitanti del paesone gaetano non conoscono questa realtà, o fanno finta di non vederla, proprio come gli avventori del bar sul lungomare giravano la testa dall’altra parte quando la ragazza laggiù stava per essere violentata. Mentre sicuramente conoscono benissimo la realtà raccontata ogni giorno dai telegiornali: fatta di delitti etnici, stupri razziali, disordini di clandestini, arance meccaniche di extracomunitari. La vita quotidiana, chiamata a fronteggiare uomini che non controlla e forze che non conosce, ha cominciato a generare le reazione più ovvia: l’insicurezza, lo spaesamento, la chiusura. Certo, gli immigrati ci servono: accudiscono i nostri vecchi, mandano avanti le nostre fabbrichette a basso prezzo, puliscono le stanze che noi sporchiamo, soddisfano le nostre voglie sessuali dietro pagamento, raccolgono i pomodori per le nostre insalate. Ma in fondo ci piacerebbe se, a fine turno, a fine giornata, scomparissero tutti, in un clic, senza fare troppo rumore, fino alla mattina dopo, o al turno seguente. “L’immigrazione – ha scritto il sociologo Ilvo Diamanti – agisce come una sorta di diagnostica del sentimento sociale e del modello istituzionale, ovunque, ne mette cioè in evidenza i limiti, le tensioni”.

Luca Di Ciaccio • 9 marzo 2009


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