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Piangi Roma

Mentre rimango imbottigliato nel traffico di Roma e rimurgino sulle mie incertezze esistenziali non so come sentirmi. Non so cosa spunterà alle mie spalle. Prima avrei potuto percepire l’arrivo di un qualche vigile albertosordiano dall’aria sbruffona, apposta per chiedermi se è il caso di conciliare. Adesso invece sento che l’aria dei tempi potrebbe riservarmi al massimo un vigilantes alla Taxi Driver, modello De Niro, uno coi modi sbrigativi e l’ansia di rimettere le cose a posto. Il problema è che qui a Roma si sta bene – o almeno è quello che si crede – anche se si sta male. Si, è vero: a volte non si sa se sognare o piangere, ma vabbe’. Brucia Roma, forse, mentre suonava la sua marcia trionfale. Cambiano i sindaci, restano le rovine delle pietre e del popolo. C’era fino a poco tempo fa la Roma di Veltroni, tutta feste e buche per strada, red carpet e strisce blu. Ora c’è la Roma di Alemanno, che sembra la capitale dell’insicurezza, tutta popolata da futuristi e stupratori, soprattutto all’ombra di lampioni improvvidamente spenti. Sogna Roma, o sognava. Perché ora nella migliore delle ipotesi si è svegliata, nella peggiore invece ha mutato il sogno in incubo. Come passare dalla falsa euforia alla fanta-paura.

Sono ancora nel traffico. Inseguivo una cazzata, dice la canzone. Riascolto in un vecchio cd lo struggente “Mamma Roma Addio”, di quel vecchio barbuto Remo Remotti, atto d’accusa e d’amore, con la voce roca e l’incipit folgorante: “A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?”. Capita spesso di perdersi a Roma. Ma ovunque, fosse pure sulla Gianicolense o sulla Colombo o sulla Salaria o sulla Casilina, nelle periferia o nel centro, sulla via del Mare o sulla Nomentana, ovunque capita di trovare davanti a sé, irridente, un cartello che indica dov’è l’Auditorium. Altre volte ci sono addirittura due cartelli, che indicano due strade diverse per raggiungerlo, l’Auditorium. Eccolo, anche adesso, qui davanti, un altro cartello, mentre nessuna forza sembra riuscire a smuovere l’ingorgo, nemmeno Nostro Signore ci riuscirebbe, che d’altronde non c’è, da queste parti ha delegato tutto al Papa, e quindi come dicono i veri romani “so’ cazzi amari”. Aspetta Roma. E forse prima o poi, a furia di girare su un grande raccordo anulare senza inizio né fine avvisteremo davvero la sagoma dell’Auditorium all’orizzonte, con le sue forme che ricordano gli ufo, un enorme rospo, o enormi scarabei egizi, ma anche la cassa di un violoncello, o come dicono prosaicamente i romani “tre bagherozzi”, sorto su un’area semi-periferica dove prima c’erano solo prostituzione e rifiuti.

D’altronde l’ha progettato Renzo Piano, il grande architetto, il vero idolo delle amministrazioni pubbliche, il demiurgo a cui affidare il Mega Progetto, la Grande Opera Istituzionale, la Cattedrale dell’Intrattenimento in grado di rivitalizzare una città o parti di essa. Gusci, curve, deliri culturali e grandi numeri, e folle oceaniche pronte a spostarsi, in una spirale celebrativa in cui il contenuto diventa più importante del contenitore. Ma intanto siamo ancora tutti in mezzo al traffico, sempitermi ministeriali e precari del terziario avanzato, neanche un auto blu che ci sorpassi, tanto per darci il gusto di mascherare l’invidia con l’indignazione, e io me ne rendo conto, farò tardi anche a questo appuntamento. Lascia stare Roma. Mi accorgo che qui è facile arrivare, ma è ancora più facile perdersi.

Luca Di Ciaccio • 11 marzo 2009


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