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Studentesse di piazza Bologna

L’altro giorno ripassavo da piazza Bologna. A piazza Bologna c’è una panchina che è la prima panchina dove mi sdraiai disperato, ma davvero disperato, in una notte romana, mi ero trasferito da poco. A piazza Bologna, in una di quelle mille traverse nei pressi, c’è la prima casa dove venni ad abitare da studente fuorisede nella Capitale, ormai è una vita fa, anche se a conti fatti non ho mica tuttora capito cosa fare nella vita. Ma stamattina è una bella giornata di sole, e io avrei voglia di fidarmi ciecamente di questa finta primavera. Mentre cammino guardo le ragazze di piazza Bologna. Sono studentesse fuorisede, sicuramente pugliesi o calabresi, al massimo siciliane. Le riconosco a occhio, ormai, le ragazze di piazza Bologna: hanno un che di banale e distinto alle stesso tempo, con le loro mossette studiate e i loro genitori probabilmente latifondisti, hanno l’aria di dover difendere qualcosa, e questo non è bello, però hanno dei begli occhi. Si adattano benissimo in questo pezzo di Roma destinato al ceto medio, piccolo e piccolo piccolo, fra l’edificio delle Poste e piazza Ruggero di Sicilia, dove c’è una scuola elementare con le finestre fatte a forma di oblò, la Fratelli Bandiera, e tanto tempo fa ci insegnava Alberto Manzi, l’inventore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”.

Le case hanno balconi rotondi, ringhiere che seguono il filo delle nuvole, piccole decorazioni destinate a smentire la monotonia dei palazzoni condominiali senza estro. Sui muri scritte spray recenti urlano indefiniti amori a tre metri sopra il cielo o cazzuti slogan dei fascisti, si sa che questa è zona loro. Ricordo le diete alle proteine di certe studentesse sovrappeso di piazza Bologna, appese con una calamita dei Puffi al frigorifero, una di quelle calamite che in realtà tradiva il consumo passato di merendine con pacchi omaggio all’interno. Ricordo i telefoni che all’epoca avevano ancora il contascatti. Ricordo l’inutile mania di abbreviare i nomi. Una volta, durante una festa, presi il foglio degli scatti, e lessi che non solo Antonella era “Anto” e Dora era “Do”, ma mi dovettero spiegare che “I” stava per Iva. Sorpasso le officine, le mercerie, le copisterie, che poi sarebbero il genere merceologico preferito della zona.

Un bel po’ d’anni fa una poetessa, Cristina Campo, in cerca di una casa in affitto, si trovò a passare da viale Ippocrate, non più di 500 metri da piazza Bologna, e a due passi dal cimitero del Verano e dal Policlinico. Ne trasse una sensazione unica, forse troppo. “In quelle poche strade oscure vidi l’Inferno, anzi semplicemente il Nulla, case di mille finestre dove non arriva mai il sole, dove nascono bambini che non hanno mai visto un cavallo, non hanno mai respirato che nafta, non hanno mai udito altro suono che quello delle seghe circolari delle officine e della televisione”. Meglio il martirio per i bambini di viale Ippocrate, concludeva la poetessa, peraltro molto cattolica, piuttosto che quella vita mediocre. In realtà non mi sembra che da queste parti siano così attrezzati per un supplizio letterario degno di questo nome. Al massimo una tesi di laurea, una fila alla cassa, un affittacamere in nero, un fidanzamento noioso. Nessuna carrellata cinematografica di giornate particolari, come nel film girato proprio in uno di questi cortili, potrebbe servire a riunire i frammenti della storia e delle masse.

Luca Di Ciaccio • 18 marzo 2009


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