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L’isola del Popolo

L’isola del Popolo, o forse sarebbe il caso di dire l’isola del Famoso come titolavano l’altro ieri quei soliti comunisti dell’Unità, mi appare nel verde stento di una periferia tecnologica e penitenziale allo stesso tempo, è appena fuori Roma ma potrebbe essere ovunque, fuori da qualunque cosa, dentro tutto. La Nuova Fiera, gioiellone urbanistico peraltro tirato su dalle ormai passate amministrazioni romane di centrosinistra, è un posto enorme e praticamente irraggiungibile. Un bianco, labirintico blocco di tubi, vetro e cemento sorto nel bel mezzo del nulla.

Con la mia amica Flaminia e un paio di provvidenziali inviti decidiamo di infilarci nel primo solenne congresso del Popolo della Libertà. Attraversiamo interminabili scalinate, incongrui ascensori, lentissimi sferraglianti tapis-roulant, infiniti camminamenti sotto un cielo di indecifrabile biancore. Ogni tanto un cartello surreale: “Area smoking & relax”. E’ una location ideale per partiti politici nuovi, mi spiega Flaminia: anche il Partito Democratico, pur vantando assai meno voti e frequentatori, usa questi capannoni per le sue assemblee, spesso però tirando al risparmio sull’aria condizionata (“all’ultima si crepava di freddo”). Noi due, i numerosi delegati con trolley, le signore in abito elegante e messa in piega rovinata dal vento, i pullman provenienti da tutta Italia, giriamo e rigiriamo a lungo attorno a questa città provvisoria, lato est, lato nord, lato bho, senza trovare il pertugio giusto. Notiamo che mentre alle assemblee di natura sinistrosa, o quantomeno post-diessina, vige la conventicolare usanza di chiamarsi per nome – “ciao Massimo”, “ehi Piero” – qui nel tunnel che ci porta alla sala azzurrina del congresso basta sentire l’ennesimo che invoca un “salve Dottore!” che si girano in venti. La scenografia è imponente, da kolossal, però sicuramente in tv rende al meglio, dal vivo tutto si immiserisce, colpa della calca, dei vigilantes, delle transenne. In tv, grazie alla camera mobile che plana dall’alto, vero braccio armato del berlusconismo, è tutta un’altra cosa. E in fondo è quello che conta. Si vota per acclamazione.

Atmosfera a metà strada fra gli anni Sessanta e la fantascienza politica. Un posto di mezzo tra il villaggio globale e lo strapaese. Grande successo per un podio finto per discorsi allestito per i delegati non chiamati al podio vero ma comunque bisognosi di foto ricordo da utilizzare magari in campagna elettorale. Indiscrezioni da pezzo di colore: una bella borsa Vuitton è finita, nel caos del fuggi fuggi verso il buffet dentro un ottimo timballo di riso. A mezzogiorno Giorgia Meloni invita la platea dei delegati a votare “l’unica candidatura pervenuta, quella di Silvio Berlusconi”. Entra lui, “l’eroe” come l’ha chiamato uno dei giovani saliti sul palco all’apertura del congresso, tre giorni fa. Ci nomina tutti, lì presenti, “missionari delle libertà”. Per il resto, che non è poco: beato chi crede ancora ai discorsi che si pronunciano dalla tribuna dei congressi. In fondo tutta la politica oggi, tutti i partiti, assomigliano a una liturgia vuota, a cattedrali nel deserto come quella in cui ci troviamo. Prima di andare via mi metto in fila per farmi scattare una foto-ricordo sul podio. Lo fanno tutti. Appena arrivo però qualcuno dell’organizzazione stacca il simbolo del Pdl davanti al leggio. Non me ne accorgo: e mi faccio la foto davanti a un cerchio vuoto con una trave di legno in mezzo.

Luca Di Ciaccio • 29 marzo 2009


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