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Vivere col terremoto

Come avete visto, è un attimo. Venti secondi e non resta più niente. Delle vite, di una popolazione, dei bambini da crescere e dei vecchi con le loro memorie da custodire, dei palazzi antichi e dei condomini di recente fabbricazione, delle città e dei paesi. Macerie, sguardi persi, sirene. Distese di tende blu, chissà per quanto tempo, chissà per quanti mesi resteranno l’unico riparo di quel che resta di una comunità. Per noialtri che ieri sera ci siamo presi uno spavento e forse una sottile inconfessabile eccitazione, per aver sentito un’altra volta la terra o i pavimenti tremolare sotto i nostri piedi, come l’altra notte, tuttavia a distanza di sicurezza dal vero disastro, senza danni da parte nostra, al massimo il tasto “publish” di un sito web per condividere in pubblico il nostro sbalordimento, ecco noi non possiamo davvero avere un’idea di quello che può significare rimanere vivi e non avere più niente. Come dopo un bombardamento, forse. Non avere le case, ma, soprattutto, non avere l’interno delle proprie case, non poter più afferrare quella visione d’insieme fatta di oggetti, di odori, di quelle tante picole cose che compongono la vita e la quotidianità di ognuno. Non avere più quei punti di riferimento minimi che attrezzano gli individui per la sopravvivenza al dolore. Avere solo i morti. Sentirsi probabilmente un po’ morti. E avere un fiume di estranei, eroici e tenaci, talvolta invadenti, che si aggira per la propria città.

Sarebbe un tragico, irrevocabile insegnamento sulla vita, un terremoto. Ma nessuno è in grado, né ha voglia, di fare pensieri troppo complessi, interpretazioni appena simboliche. Disturbano anche le belle foto, l’implacabile estetica della tragedia, le inquadrature appena simboliche: il cartello stradale divelto con l’icona dei due scolaretti davanti al palazzo crollato; una cornice dorata e vuota in mezzo alle macerie; la donnina vestita di rosso, quasi come in quel film di Spielberg, in mezzo a uno scenario di polvere e grigiore. Però leggo le storie raccontate sui giornali, e alla fine quello che affascina e spaventa di più è il caso che governa i destini personali: la direzione di fuga, la storia della casa in cui ti trovavi, la sorte dei tuoi vicini, la felice prontezza di riflessi e qualche volta invece la felice lentezza che porta a riaffacciarsi all’aria quando il cornicione è già caduto, oppure la natura del terreno che fa ingobbire una casa e ne rispetta un’altra poco lontano, e il capriccio del destino nelle comunità, il vano sforzo di chiedersi cosa avrà portato l’uno a scegliere una stanza piuttosto che un’altra.

L’inviato Toni Capuozzo, sul Foglio, ha parlato con un pastore romeno, gli ha spiegato in un italiano difficile, a gesti, com’è un terremoto vissuto all’aperto, nei campi, e come reagiscono le pecore (“fuggono, come noi”). In realtà gli sembrava abbastanza già sapere che nel vecchio Abruzzo delle transumanze il pastore fosse romeno. Nessuno invece ha parlato dei carcerati. Ci sono anche 1700 detenuti in Abruzzo. Sentire il fragore del terremoto chiusi e ammassati in una gabbia, deve essere tremendo. Per loro e per le guardie. Mi fido poco invece di quelli che insistono su quanto e come si potesse prevedere questo sisma, sulla polemica dell’allarme ignorato. Forse la polemica aiuta a darsi una ragione, dare la colpa ad altri uomini aiuta a sentirsi meno soli, meno in balia del destino e della natura. “Traditi dai fratelli uomini invece che da madre terra”. Si potrebbe scomodare anche Dio, per chi ci crede: si sa che le disgrazie – e i terremoti – tolgono la fede ad alcuni, la rinsaldano ad altri. Fa rabbia invece vedere che non si fa quello che si potrebbe e dovrebbe fare, e che a ogni terremoto – o disastro naturale che sia – l’Italia scopre di essere un paese senza manutenzione, senza regole. Gli italiani danno il meglio di sé nell’emergenza, si dice. C’è chi lo dice per congratularsene, c’è chi lo dice per deplorarlo, per rimpiangere un paese normale che sappia vivere fuori dalla febbre del peggio e del meglio.

l'aquilaterremoto

Luca Di Ciaccio • 8 aprile 2009


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