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Via Crucis

Il venerdì santo fa brutto tempo. Questa cosa l’ho sempre creduta, nonostante siano capitati anche dei magnifici venerdì santi di sole. Quelli piovosi restano però la maggioranza. D’altronde aprile è un mese così. Anche se poi non sempre Pasqua viene in aprile. A volte in marzo. In maggio mai, a meno di non essere un credulone da proverbio popolare. Che poi, a dire il vero, io non ho mai capito come si calcola la Pasqua. Immagino che sia una questione di fasi lunari. Il venerdì santo comunque è il giorno della Via Crucis. Oggi Filippo Ceccarelli sul Venerdì di Repubblica racconta di quando, nell’estate del 2000, Giovanni Paolo II andò a far visita al carcere di Regina Coeli. In quell’occasione la croce venne fatta portare a un detenuto, Gianfranco Cottarelli, di Subiaco. Il volto segnato, le occhiaie profonde, l’abito da chierico indossato senza alcuna vocazione. Quella sera stessa, nel silenzio maledetto della sua cella, Cottarelli si fece una pera e morì d’overdose. Sembrava una storia di Pasolini. Proprio in uno dei più belli e scandalosi dei suoi film, “La ricotta”, Pasolini narrava la storia di un sottoproletario romano di nome Stracci – ladro, balordo e perennemente affamato – che fa da comparsa a un film sulla Passione di Cristo. La sua parte è quella del ladrone buono, a cui viene detto “oggi tu sarai con me in Paradiso”. Ma poi Stracci muore sul serio, di indigestione, sulla croce. “A scanso di equivoci – disse Pasolini – voglio dichiarare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti”.

Pasqua è una strana festa, ondivaga, che da sempre ci coglie di sorpresa. Il Natale lo festeggiano anche in Cina, ormai. Santi e profeti e parole di vita eterna ce li hanno un po’ tutti, ma un Dio che muore in croce per i loro peccati ce l’hanno solo i cristiani, e ci tengono. Se il Natale è la celebrazione puntuale della Nascita, la Pasqua celebra qualcosa di più ambiguo e inafferrabile: vita e morte, resurrezione e mortalità. E la croce: un simbolo a cui siamo fin troppo abituati. A furia di ritrovarcelo ovunque, banalizzato, ridotto a santino: dalle aule di scuola e di tribunale agli uffici del catasto. In origine strumento di supplizio dell’impero romano. Nessun supplizio capitale è più spettacolare di una crocefissione: di solito si crocefiggevano gli schiavi ribelli, a mo’ d’esempio. Poi simbolo di nobiltà e sacrificio per i cristiani. E pure sanguinoso vessillo indossato dai guerrieri, nei secoli. Quella croce: non è un cadavere, è un moribondo all’apice della sua tortura. Vita e morte.

Come nel piccolo gesto di farsi il segno della croce: perché ai quattro gesti con le mani, come ai quattro angoli della croce, corrispondono solo tre invocazioni, una trinità? Forse il quarto ha lasciato vuoto il suo posto per andare all’Inferno. A ciascuno la sua croce. Si dice così, e vuol dire che è difficile a una vita umana sfuggire all’agguato della disgrazia. O forse andrebbe preso alla lettera: come a dire che la croce ha altrettanti significati quanti sono quelli che la portano. Per esempio la croce tanto più brillante sulla scollatura tanto più generosa di qualche signora o soubrette. Oppure la croce incendiata nella notte dagli incappucciati del Ku Klux Klan. Nei secoli, la storia dell’arte abbonda di crocifissioni, scarseggia di resurrezioni. Eppure la Pasqua è la domenica, non il venerdì, non celebra la morte ma la vita che ritorna. Difficile da credere anche per i credenti. Sacrificarsi per l’umanità, va bene fino a un certo punto, a patto poi di poter resuscitare. Nel primo millennio i pittori ritraggono un Cristo in croce con gli occhi aperti, lo sguardo fiero, quasi rilassato. Nel secondo millennio invece il Cristo è ritratto mentre reclina il capo, lacrima sangue, esprime umanissimo dolore. I devoti cristiani di questo inizio di nuovi millennio sembrano credere molto, invece, alla contemplazione della morte e alla lotta per la vita. Attaccato a una croce oppure a un respiratore, l’agnello di Dio deve soffrire ogni suo ultimo respiro, ogni stilla del suo sangue, ogni vertebra spezzata del suo corpo, perché così ha deciso lo spettatore credente. Adesso, alla Via Crucis, stanno preparando la scena della terza caduta. Forse tre cadute sono troppe, ma senza un po’ di cadute il percorso rischierebbe di sembrare una scampagnata. Dopodomani è Pasqua. Non dico resurrezione, mi accontenterei di rinascita.

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Luca Di Ciaccio • 10 aprile 2009


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