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Case su case

In Italia, con o senza terremoti in mezzo, di piani casa ce ne vorrebbero due: uno di distruzione, l’altro di costruzione. La casa è il sogno e il bisogno, e per una generazione di italiani è stata la rinascita dalla tragedia della guerra, fino a trasformarsi, nell’Italia del benessere, nell’assedio implacabile della bruttezza. Osservo le case, per curiosità e per istinto di ricerca. Le vecchie case alle quali le antiche cornici decorative per poterci installare delle persiane in alluminio color bronzo. Le verande improvvisate, le superfetazioni abusive, sui tetti dei centri storici. Il nuovo edificato. Ogni anno una nuova selva di villette a schiera, simbolo di nuove ricchezze. Contraltare ai monumentali palazzoni stile Ina Casa anni Cinquanta, altari decaduti della gloria popolare. Mi inoltro nel paese dei geometri. I serramenti di alluminio anodizzato, le tapparelle in plastica, l’intonaco ad effetto graffiato, le pavimentazioni in pseudocotto pseudoantico, le ringhhiere in ferro prefabbricate, le fioriere in cemento. Scrive Gianni Biondillo, architetto e scrittore, in “Metropoli per principianti”: “Tutta l’Italia è costruita così, tutta. Da Trieste fino a Santa Maria di Leuca, tutte le coste adriatiche, di regioni tradizionalmente sia di destra che di sinistra, sono una colata di cemento armato e di alluminio anodizzato”. Le recinzioni in blocchi di cemento, i leoni all’ingresso, nel Nord. I ferri dei pilastri scoperti in cima al tetto terrazzato e incatramato, nel Sud, in attesa di costruirci sopra, abusivamente, magari un piano in più, al prossimo condono. L’incasato spalmato sull’intera pianura padana. I neo-paesi di seconde e terze case sulla Alpi o sugli Appennini. Le villettopoli che annientano i confini tra comune e comune nel casertano. Gli interi paesi condonati. Gli stessi tetti, gli stessi spioventi, che tu sia sulle Prealpi o in Sardegna. Lo stesso identico sfoggio delle stesse “finiture di pregio”. I cazzi propri fatti edilizia.

E’ un crollo la scena che da inizio al film capolavoro di Francesco Rosi, “Le mani sulla città”, anno 1963, con lo spregiudicatissimo costruttore e politico napoletano, che specula sui cambi di destinazione d’uso dei terreni, poi guarda il cemento ed esclama: “Quello è l’oro, oggi!”. Ed ecco che pochi anni più tardi tra i capi d’accusa che Pasolini imputava alla classe dirigente nazionale e al partito democristiano c’era appunto “la distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia”. Ma non dovette servire a molto, quel processo mai celebrato. Quando poi sui tetti di ogni casa e condominio cominciarono a spuntare le grigie antenne della televisione lo stesso Pasolini diede sfogo alla sua feroce ironia: “Sai cosa mi sembra l’Italia? Un tugurio i cui proprietari son riusciti a comprarsi la televisione e i vicini, vedendo l’antenna, dicono, come pronunciano il capoverso di una legge: ‘Sono ricchi! Stanno bene!'”. Pensare che quando, negli anni Settanta, un giovane e ambizioso costruttore di nome Silvio Berlusconi cominciò a edificare non più nuove case bensì una nuova città a sua immagine e somiglianza, chiamandola Milano Due e dotata di apposita televisione per i suoi abitanti, ci tenne molto a usare un capillare sistema di trasmissioni via cavo, proprio per evitare l’antiestetica visione della selva di antenne sui palazzi. Certe volte, passandoci per caso, rimirandoli da lontano, provo addirittura un fascino oscuro per quei palazzo di periferia, mostruosi, elefantiaci, tracce indelebili di ambizioni architettoniche andate a male, molto a male, come il Corviale a Roma. Utopie fallite. Pure se a Berlino e Marsiglia funzionano bene, coi servizi e tutto, e da noi sono diventati invece il covo del degrado, serpentoni ingrigiti che si mordono la coda. Urbanizzazioni affannate e affollate, e nulla, nemmeno un solo punto, che abbia l’aspetto di un’idea realizzata, che lo guardi e ti dia il riposo di un pensiero.

Ogni tanto qualcuno – dall’aria più o meno illuminata – si alza e dice che le nostre periferie dovrebbero essere demolite. Dice Biondillo nel suo libro che forse quello che davvero vorremmo rimuovere sono i loro abitanti: “Non sono le periferie in se stesse che non ci piacciono, è chi ci abita dentro che non ci piace”. Intanto – fuori dalla città, dalle tangenziali – nascono sempre nuovi insediamenti, grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un po’ esangui, strade e rotonde. Magari una pista ciclabile. Al centro una piazza, dall’aria un po’ finta. Perlopiù ridotta a parcheggio. Dove gli adulti non si fermano a parlare e i bambini non si mettono a giocare. “Ma la gente vuole luoghi, fa i luoghi, e se l’amministrazione cittadina non glieli da, se li inventa”. Forse tutta quella stracitata teoria dei non-luoghi era una boiata pazzesca. Intanto i centri commerciali sono le nuove piazze che non si sono volute costruire. Le piazze vere, i centri storici, i parchi pubblici di domenica invece si desertificano, ci sembrano poco sicure, noi le abbiamo abbandonate e gli immigrati se le sono giustamente prese. C’è sempre un nuovo piano casa all’orizzonte, più o meno autocertificato. Il fatto è che non c’è da cambiare solo le case, ma anche la testa di chi ci vive dentro.

periferie

Luca Di Ciaccio • 17 aprile 2009


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