Ludik

un blog

Una domenica all’outlet

Dopo aver parcheggiato e attraversato l’arco di accesso, davanti ai primi edifici dall’aria vagamente augustea, mentre intravedevo i negozi, i colori pastello delle facciate, le insegne luccicanti, gli oggetti di design stile newyorkese, e laggiù il bar uguale a quello dell’autogrill, in quel momento ho pensato che forse non sarebbe una cattiva idea venire a vivere qui, prenderci casa, dentro l’outlet. All’outlet ormai ci vanno tutti. Qui a Castel Romano, sulla Pontina appena fuori Roma, giusto accanto ai vecchi studi cinematografici in disuso, i depliant pubblicitari avvisano che si sta per entrare “in una vera e propria città, ispirata all’epoca augustea, che sembra uscita direttamente da uno scavo archeologico”. Sarà. A me, ora che ci cammino, quel posto non sembra uscire manco per niente da uno scavo archeologico. Al massimo desidererei di trovarmi nei panni di un archeologo del 4000 dopo Cristo o giù di lì, e vedere cosa rimarrà da trovare, ma questo è un altro discorso. Chissà se rimarrà traccia, da qualche parte, delle montagne di abitucci anni Novanta – borse e giubbotti con le frange, scarpe di mucca, stivali da squaw – ora in vendita al trenta per cento di sconto nel negozio Dolce & Gabbana. Oppure dei leggendari portafogli di Gucci, che qui vanno a ruba tra quelli che non sarebbero mai disposti a spendere 2200 euro per averne uno, al massimo sarebbero disposti a spenderne 950, e infatti lo fanno. Questo però dovrà rimanere un piccolo segreto, perlomeno fino a quando se ne accorgeranno gli archeologi del prossimo millennio.

Difatti i ricchi ma non troppo, diciamo gli pseudo-ricchi, non amano farsi vedere mentre comprano un portafogli di Gucci per 950 squallidi euro. Inoltre Gucci certamente non vuole che i ricchi, quelli veramente ricchi insomma, riflettano sul fatto che quando fa il prezzo per loro ricarica il 5700%, mentre quando lo fa per gli altri solo il 2800. Forse è anche per questo che gli outlet li costruiscono fuori città, in posti isolati. Passeggiando per le vie pulite e ordinate dell’outlet, sorvegliate da discreti ma occhiuti uomini in nero con auricolare indosso, mi viene da pensare che in fondo l’Italia non è un paese classista, perché ricchi e poveri condividono lo stesso sistema di valori, hanno in comune lo stesso codice estetico, sentono allo stesso modo. Molti ricchi pensano come i poveri e molti poveri vorrebbero fare le cose dei ricchi. I loro ideali e i loro istinti sono gli stessi. Il low cost diventa un’idelogia buona per tutti. Mentre me ne sto seduto sotto una testa di cavallo in finto bronzo, che si riflette nelle vetrine di Etro, mi chiedo quale parola si potrebbe usare, in italiano, per dire outlet. Sbocco, presa? Scarto, rimanenza? Firma in svendita? C’è una pubblicistica assai ricca sui centri commerciali, sugli outlet in particolare, questi grandi magazzini dove si vendono a basso prezzo prodotti secondari di grandi marche.

Girovago per strade e piazzette dai nomi romaneggianti – piazza Adriano, via Marco Aurelio eccetera – ma quando perdo i miei amici e telefono per raggiungerli mi viene spontaneo usare una toponomastica più pertinente: mi sono incamminato in via Golden Lady, sono su piazza Armani, sto girando in vicolo Benetton. Non è una città-fantasma, è costruita come se gli abitanti ci fossero. Le vie laterali finiscono in cancelli, sempre chiusi, si gira in tondo, si entra e si esce da due sole aperture. Si viene, si passeggia, si guardano le vetrine. Qualcuno compra. Non tutti spendono, non molti parlano. Ci sono quasi tutte le grandi firme, ogni tanto un concerto gratis. Non c’è una libreria. Nota il blogger Livefast che nell’outlet – perlomeno in quelli padani – “circolano molte strafighe vestite con i vestiti che hanno comprato l’altra volta che sono venute all’outlet. A vederle ti fai il trip che siano modelle, però poi quando parlano ti accorgi che sono tutte modelle slave. Allora ti fai il trip che sono tutte mignotte, solo che non è un trip”. Forse non ho più voglia di traslocare in un outlet. Il sole tramonta sulla campagna romana, sfrecciamo in un paesaggio di erbacce e pini, in testa abbiamo pensieri indefinibili, cercavamo un paio di scarpe ma alla fine non abbiamo comprato nulla.

negozi

Luca Di Ciaccio • 10 maggio 2009


Previous Post

Next Post