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Il caso Fondi e le nuove paludi pontine della mafia

Un fantasma si aggira nella provincia di Latina, e non viene dalle vecchie paludi bonificate. Arriva dritto dai nuovi padroni delle terre di confine, si muove in punta di piedi e con le tasche piene di soldi. “La mafia”, dice qualcuno. Ma non si sa se l’ha vista davvero. In questa ridente plaga tirrenica non ci sono morti ammazzati, non ci sono rapine per strada, sono poco frequenti i borseggi, latita pure lo sfruttamento della prostituzione. Sono poche le vetture bruciate, oppure i negozi che saltano per aria, se succede si tratta sicuramente di un incidente di percorso. E dunque nelle piazze tagliate in obliquo dal sole, a metà strada tra Roma e Napoli, sotto i castelli baronali oppure tra i colonnati littori, sui lungomare che guardano a sud o all’ombra dei capannoni agricoli, sono in molti a sollevare il lenzuolo e subito ritrarsene con un’appena percepibile smorfia di disgusto. “La malavita qui…e da quando?” si chiedono quelli dall’aria sorpresa. “Siamo in mano alla camorra…” ribattono i rassegnati. “E’ una diffamazione, qui non siamo a Napoli!” chiosano i più risentiti.

Eppure le indagini sulle infiltrazioni malavitose nel sudpontino si susseguono, inanellandosi una appresso all’altra, come una catena che si allunga, da sud verso nord. A fare due conti si scopre che sono 50 i comuni laziali indiziati di presunte attività mafiose, e decine in provincia di Latina sono le strutture confiscate alla malavita organizzata. Un cerchio adesso si stringe attorno a Fondi, paese famoso per quel mercato ortofrutticolo che è fra i più grandi d’Europa, dove se chiedi in giro molti ti rispondono che “qui tutti sono amici”, ma poi qualcuno ha cominciato a dire sottovoce che in realtà “quelli lì si sono presi tutto, hanno messo le mani anche sul Comune”. Il ministro dell’Interno Maroni lo ha appena proclamato chiaro e tondo, seduto sui banchi del governo nell’aula di Montecitorio: “Sono convinto che il consiglio comunale di Fondi debba essere sciolto per infiltrazioni della malavita organizzata”. Parole come pietre.  “Camorra, ‘ndrangheta, mafia… questa è la nuova malaria pontina, altro che bonifica ce servirebbe” dice lo scrittore operaio Antonio Pennacchi, fasciocomunista di Latina.

A furia di andare su e giù per la Pontina, a furia di rilassarsi al sole di Gaeta pensando che in fondo queste cose non ci toccano, illudendosi di vivere in un’isola felice, oppure soltanto sul bordo di una pentola ancora da scoperchiare, a furia di spulciare cronache non sempre libere su giornali non sempre affidabili, sembra di vederne fin troppi di fantasmi nelle terre pontine. Queste sono terre di villeggiatura, qui i camorristi possono venire a fare le vacanze e nel frattempo fare qualche affare, senza però essere disturbati troppo, come un turista danaroso e potente che di fronte a una bella casa al mare non resiste alla tentazione di comprarsela. Queste sono zone di confine, tra nord e sud, tra Roma e Napoli, una specie di mensola geografica dove riporre le cose, come in uno di quei ripostigli sotto casa che fa sempre comodo avere a disposizione. Ecco, i fantasmi sono difficili da evocare: si ha paura che si materializzino, che diventino realtà. Molti amministratori locali sembrano appena svegliati da un lungo sonno, così lungo che non si sono capacitati di cosa è successo nel frattempo. Anche loro, sindaci e assessori e santini elettorali buoni per ogni occasione, avvertono degli spettri alle loro spalle. Gli osservatori più scafati diranno che è sempre stato così: in queste lande le maglie del governo e della legalità ognuno se le allarga a proprio piacimento, tanto da farci passare quello che gli pare. Ma stavolta c’è di più. “La quinta mafia” la chiama qualcuno. Come a dire: una nuove specie geneticamente modificata, quasi come certe mele del mercato fondano. “Fondi – ha scritto il quotidiano Il Manifesto l’alto ieri – è solo una piccola parte della pericolosissima partita che si sta giocando nel sud del Lazio. In ballo c’è il controllo criminale della regione, con un tesoro ricchissimo fatto di lavori pubblici, turismo, agricoltura e edilizia. Ma è un gioco fondamentale, perché è l’esempio più lampante di vicinanza tra la criminalità organizzata e la politica del centrodestra che qui è padrona da epoca immemorabile”. Insomma la mafiosità, da queste parti, dei fantasmi conserva solo il silenzio e la discrezione. Per il resto esiste: eccome se esiste.

E allora si può provare a cercarla la criminalità organizzata, magari girando per Minturno, Formia, Gaeta e Fondi. Provateci anche voi. Girate, girate pure: non troverete niente. Qui la mafia e la camorra tutto vogliono fuorché apparire. E’ una piccola grande guerra che si combatte a sud di Roma dove dietro un’apparente calma e dentro una coltre di omertà – con accordi sottobanco e silenzi comprati – è partito l’assalto. I Comuni mostrano difficoltà nel controllare il loro territorio, quando addirittura non risultano coinvolti nell’illecito: sarà perchè non hanno i mezzi, o perché non lo sanno fare, o perché sono i primi a restare ipnotizzati da quella montagna di danaro che si riversa entro i loro confini. Intanto – come è stato scritto recentemente qui da Lince – le radici si propagano e si intrecciano sempre più forti. Forse ci vorrebbe qualcuno che le cerchi davvero queste radici, qualcuno che scavi fino a portarle alla luce. E chissà che già dopo i primi colpi di vanga non gli si senta dire: “La mafia è qui, la mafia è già qui”.

fondi

Luca Di Ciaccio • 17 maggio 2009


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