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Latina, per gli amici Littoria

Certe notti, dai campi attorno alla via Appia, c’è ancora qualche vecchio colono che giura di sentirlo. Vroooom, vrooom, come un rombo di motore in avvicinamento. Di lato agli alberi di eucalyptus ancora superstiti, in tutti quei Borghi piantati in mezzo agli incroci stradali, vicino ai canali e alle piantagioni di kiwi, pare di sentirlo ingrossarsi man mano quel rumore, il ruggito di una moto in avvicinamento, una folata di vento improvvisa, la sagoma di una Guzzi 500. Nessuno l’ha mai vista, in verità. Ma certi vecchi, gente che parla in romanesco e ricorda in veneto, ne sono sicuri: quello, è il fantasma del Duce.

Un altro poco di strada, moto o non moto, e si arriva al centro della città. A Latina. Nel mezzo della piazza del Popolo, dove c’è quella specie di fontana con la palla, anche lì nelle notti di temporale a qualcuno pare di udire dei rumori sinistri. Lì sotto in effetti qualcosa c’è: un camion tutto intero, sepolto. C’è affondato il 17 dicembre 1932, in un pomeriggio di pioggia. Fervevano i lavori, la mattina dopo doveva essere tutto finito. Il camion era carico di pietrame. Prima affondò da un parte, con la ruota motrice. Poi, a forza di farlo girare per tirarlo fuori, affondò pure l’altra. Provarono a tirarlo su prima con le braccia, poi con le macchine, ma niente: la piccola voragine di fango lo risucchiava. Siccome non c’era tempo da perdere decisero di scavare un po’ intorno e seppellirlo lì. Sopra ci misero altro pietrame, e l’asfalto. Il camion sta ancora là sotto, insieme alla pietre e al gattino dell’autista, che non era voluto scendere, spaventato dal rombo dei motori e della gente che stava intorno. Miagolava, finché non è stato ricoperto. L’indomani sarebbe stato il grande giorno: quello dell’inagurazione della città. Di Littoria. Il Duce avrebbe parlato dal balcone, lì sopra la piazza, e proclamato alla folla osannante che “l’aratro traccia il solco, ma è la spada che lo difende”, manifesto di un’epoca.

Giro per Latina e mi chiedo come mai, dopo tutto questo tempo, a Latina – fu Littoria – da giovani non si può che essere fasci. Magari poi crescono, e diventano moderati, centristi, magari democratici di sinistra pure loro, o non gliene fregherà nulla, però diciamo la verità: i giovani a Latina sono indiscutibilmente fasci. E mica inneggiano a Berlusconi o a Fini o a Romagnoli: no, proprio al vecchio e trapassato Duce. Fasci doc. Sarà il genio del luogo, sarà l’architettura di travertino e mattoni, oppure i tombini sul corso coi littori di ghisa. Sarà per il mito fondativo: la bonifica della tremende, millenarie paludi pontine. “Noi nasciamo con la bonifica, prima non c’eravamo – ti dicono – e la bonifica l’ha fatta Lui, non c’è niente da fare, ti pare poco?”, e si capisce da come me lo dicono che si tratta di un lui con la elle maiuscola. Solo Latina è stata creata dal nulla in 232 giorni, dopo che sessantamila uomini avevano portato via la terra a carrettate e l’acqua coi secchi, e seimila persone almeno erano morte, quasi tutte di malaria. E in effetti, ogni volta che passo da queste parti, mi viene da pensare che se non fosse stato per lui forse oggi non l’avrebbe fatta ancora nessuno, ‘sta benedetta bonifica. Sicché adesso ci sarebbe toccato di ammirare a Berlusconi sulla poltroncina bianca di “Porta a porta” a spiegarci perché e percome il precedente regime comunista l’avesse trascurata e adesso ci pensa lui a risolvere il problema. Altro che Ponte sullo Stretto e monnezza di Napoli. E ogni volta che ci passo, e butto l’occhio su quei cartelli che indicano i borghi dai nomi di trincea del ’15/18 – Borgo Sabotino, Borgo Piave, Borgo Isonzo eccetera – mi tornano in mente pure quei vecchi compagni di classe un po’ camerati che quando si litigava sul fascismo a un certo punto, per stanchezza, se ne uscivano sempre con l’argomento che non ammette repliche: “Vabbe’, il Duce qui e l’avrà pure sbagliato e la guerra l’abbiamo persa, ma volete mettere la bonifica dell’Agro Pontino?”. Eh figuriamoci, a questo punto – come mi disse una volta un mio vecchio professore delle medie – non valeva la pena sacrificare vent’anni di suffragio universale maschile e libertà politica; non valeva la pena di scontare un po’ di embargo internazionale, di allearsi coi franchisti e i nazisti, importare le leggi razziali, morire a milioni su un po’ di fronti in tutto il mondo, combattere un’ultima disperata guerra civile contro il proprio stesso popolo, collaborare con un invasore folle e invasato, pur di aver bonificato, una volta per sempre, l’Agro Pontino?

Che poi, a studiarsela bene la faccenda, questa bonifica fu un’operazione dall’inaspettato impatto sociale. A sentire il mitico “fasciocomunista” Antonio Pennacchi, scrittore operaio di queste parti, “quello ha tolto la terra ai grandi proprietari e l’ha data ai contadini, e te come la chiameresti? Fu una riforma di struttura marxianamente intesa, una rivoluzione. E qui l’hanno fatta”. Migliaia di persone che avevano solo fatto la fame su nel Veneto, caricate sopra i treni e scaricate qua: “Eccovi un podere. Crescete e moltiplicatevi”. Il regime manco voleva farle le città, la parola d’ordine era “ruralizzazione”, meglio tenere la gente a lavorare calma nelle campagne, e così fecero anche nell’Agro coi poderi ben distanziati, ma poi ci presero gusto a fondare città, qui e altrove in Italia. Tempi duri, comunque. “Siamo tutti degli scontenti – racconta Pennacchi – o, nella migliore delle ipotesi, figli di scontenti e di galeotti”. I gatti invece, poiché servivano pure quelli, li portarono da Roma: riempirono un paio di camion con le bestiole prese al laccio tra il Pantheon e i Fori, mentre le gattare strillavano e si facevano reggere, e li liberarono qui, dalle parti di Borgo Grappa. “La sera qui c’è poco da fare, puoi solo annaffiare le piante”, si lamenta ad alta voce la cassiera di un bar, in una di queste strade di pianura vagamente metafisiche, tra le serre di pomodori e i saloni di abiti da sposa, mentre tutt’attorno potrebbe risuonare una ballata country. Ci sono passato in mezzo decine di volte nell’Agro Pontino, spesso sfrecciando con mia madre e mio padre da e verso la mia vecchia Gaeta, dove in fondo potevamo pure proclamare con orgoglio che “a noi non ci ha bonificato nessuno”, anche se poi ci ritrovammo Latina come capoluogo di provincia. C’è bisogno di bonificare la provincia pontina un’altra volta, si dice in giro. Dalle nuove mafie, dalla corruzione, dalla lenta agonia di un territorio. Bonificare ancora, bonificare un’altra volta. In assenza del Duce: chissà se si può. Troppe cose non vanno a posto, mi dico, mentre sulla Pontina ammiccano i cartelloni delle prossime inutili provinciali, tra un noioso campeggio da idroscalo e lo scheletro di un palazzo abusivo. La luce della bonifica, la melma riscattata, dicono. Ma poi deve essere anche in questo fango di palude il segreto del fascismo che ha sempre concime.

latina

Luca Di Ciaccio • 27 maggio 2009


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