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Quando passa il Giro

Sandali, occhiali da sole, magliette e cappellini rosa, qualche tuta aderente. La domenica mattina, tra la fermata della metro e le vecchie rovine imperiali, l’attesa del Giro d’Italia al centro di Roma è una via di mezzo tra un evento mediatico e una sagra di paese, ci sono camion della Gazzetta trasformati per l’occasione in palazzetti con tanto di terrazza e ombrelloni sulla linea del traguardo, strane autovetture a forma di sponsor, signori alpini in gita e massicci russi che fendono la folla, telecamere che sorvolano semafori e antiche colonne, biciclette dilettanti che sgusciano in mezzo ai turisti, pure se dei ciclisti professionisti, dei campioni insomma, ancora non si vede traccia.

Anche se sono solo di passaggio avevo voglia di venire a dare un’occhiata al Giro. Troppi pomeriggi di tarda primavera, magari da ragazzini coi compiti di scuola ancora da finire e il bicchiere di the freddo sul tavolo, hanno visto sfrecciare biciclette dalla tv accesa, uomini in fuga, telecronisti che illustravano il paesaggio e poi all’improvviso si infiammavano di fronte alla salita, quando l’indimenticabile Pirata, Marco Pantani, si sfilava la bandana e scattava verso l’alto, col bacino che ondeggiava. E poi, nell’anno del duemila, quel tramonto di maggio quando festeggiai l’agognato scudetto della Lazio – si, roba di calcio – in un villaggio d’arrivo del Giro che ero andato a vedere in quel di Terracina, abbracciando irrefrenabilmente anche quelli del processo alla tappa. In effetti il ciclismo è così, ancora una cosa assai familiare, sarà per quell’impronta nazional-popolare che hanno i bagni di folla, e i ciclisti che passano così vicini alle centinaia di braccia tese a incitarli, e incitarli tutti, senza eccezioni, sarà per la presenza di atavici sentimenti, o per gli immancabili paesaggi e monumenti quasi sfiorati.

Ancora adesso è emozionante vedere la quantità di tifosi che si sistemano sui tornanti delle tappe di montagna, per poter osservare come le salite disperdono gli scalatori, disseminandoli lungo l’erta come creaturine svuotate. Sta qui il mistero e anche la beffa di questo vecchio sport, uno dei tanti. Vi sono giornate di cataclisma, in cui si perdono le decine di minuti e le mezz’ore, vi sono poi altre giornate di calma, che possono protrarsi magari per delle settimane, in cui bastano pochi secondi per garantire un primato, per formare una cintura di sicurezza attorno a un privilegio. E poi, come far finta di nulla: sappiamo che ogni cosa che vediamo oggi potrà essere smentita da una provetta, anche tra molti mesi, e magari ci viene il dubbio che ogni scatto sia finto, ogni fuga sia tarocca, ogni campione sia un imbroglione. Spuntano fuori due spiegazioni per resistere a tutto ciò, come scrisse una volta Gianni Mura, che su un Tour de France ci ha scritto pure un romanzo giallo, una romantica e una cinica. “Quella romantica è che c’è sempre una presunzione di innocenza nel tifoso, per questo continua a seguire le corse a tappe; perché sono il Giro e il Tour. Quella cinica è che alla gente ormai non frega nulla di cosa prendono i ciclisti: facciano quello che vogliono, purché ci sia spettacolo. Tuttavia se uno vuole spettacoli forti ce ne sono di emotivamente più coinvolgenti”.

Adesso che ha compiuto cent’anni il Giro d’Italia viene celebrato da pubblicazioni molto belle, con fotografie seppiate e occhi pieni di fango e fatica. Si ripetono quei nomi da antologia come Ganna, Girardengo, Binda, Guerra. E poi gli immortali, Coppi e Bartali, e una borraccia in mezzo, ma forse nessuno sa più cos’è una borraccia, tranne gli scout. Riguardo quelle antiche immagini e mi colpiscono più le facce degli spettatori che quelle degli atleti. Anche quest’anno il Giro ha attraversato l’Italia, infilando un percorso un po’ contromano, senza sfide epiche da raccontare, e comunque già si sa che il prossimo anno partirà da Amsterdam e si farà tre giorni in Olanda, non si capisce perché, pure il Giro ormai va dove lo pagano meglio. In fondo quelli che amano la bici si accontentano di poco, forse è quella la loro fregatura. Lo spettacolo è vedere una cosa così drammaticamente simile alla vita, con tutta quella solitudine e quella compagnia insieme, con tutta quella fatica che non è mai obiezione, ma condizione necessaria. Come nella vita, appunto. Così me ne vado prima che inizi la crono finale. Alla fine sarà sempre una storia di successi e rimpianti, e cadute sul pavè prima della fine, e uno scatto appena più lesto per rialzarsi e vincere (“e al cine vacci tu!”). Tutti alla fine accetteranno il responso. Perché dopo un secolo ce n’è un altro, dopo un Giro ce n’è un altro ancora. In fondo l’unico modo per crederci ancora può essere guardarlo tappa dopo tappa, senza ipotecare il domani e le relative indagini. Senza illusioni, godendoci ciò che si è visto, e quel poco di panorama ancora intatto sullo sfondo.

giro d'italia

Luca Di Ciaccio • 1 giugno 2009


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