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Europa Europa

Cosa che mi venivano in mente, in ordine sparso, mentre andavo a votare per le elezioni europee. L’Europa, il nostro destino. Le questioni aperte con la Francia, con la Germania, con la Gran Bretagna. La Spagna che era il fanalino di cosa, invece da mo’ che ci ha superato. L’Est che entra, l’Ovest che si allontana. L’Unione troppo vicina per essere esotica, troppo lontana per essere la casa comune di tutti. L’Europa dei popoli e quella dei burocrati. Noi e loro, o quelli che almeno ci sono più vicini.

I mille interpreti per le ventitre lingue diverse. I quintali di fogli e cassetti e archivi spostati due volte al mese in enormi camion da Bruxelles a Strasburgo e da Strasburgo a Bruxelles. A Bruxelles, comunque, pare faccia sempre un tempo di merda. Una battaglia di idee durata secoli, oppure di egoismi, e di viltà, e destinata a durare. L’immigrazione, l’economia, la dimensione delle uova. Le normative Ue che ci ritroviamo attorno tutti i giorni, maledettamente importanti.

Quelli che a ogni elezione “ah, l’Europa! ah, nessuno parla dell’Europa! ah, vi siete dimenticati l’Europa!”, ma poi valli a trovare tutti questi assatanati di questioni europee. Chi nello stesso partito vuole portare “più Europa in Italia” e chi vuole portare “l’Italia in Europa”; chi dai manifesti invita “vieni in Europa con me” e neanche lo conosci; chi assicura “contro la crisi un’Europa più forte, la tua”, cioè la mia?, e manco lo sapevo io di avere un’Europa. I grovigli inestricabili tra il volere e il potere. La voglia di misurarsi col mondo. La necessità di timbrare il cartellino. Quel quiz in tv da piccolo dove bisognava rispondere “Europa Europa” al telefono, mi sa che lo presentava Elisabetta Gardini.

I palazzi tutti di vetro delle istituzioni comunitarie, che però nessuno ha idea di come siano fatti dentro. Il Ppe, il Pse, gli Lde. I trattati coi nomi di città francesi o portoghesi. L’Erasmus e la Ryanair che hanno fatto per l’integrazione continentale più di mille trattati. L’inno alla gioia di Beethoven. Le poltrone blu. Gli esperti che dicono: “Da quando nel ’79 ha cominciato ad essere eletto a suffragio universale, come l’unica istituzione sovranazionale al mondo a essere eletta democraticamente, l’europarlamento ha visto crescere i propri poteri, ma insieme svaporare l’interesse dei propri elettori”. Garton Ash che una volta definì la comunità europea come “un ermafrodita politico”. Le nuove banconote dell’euro su cui nessuno scrive nemmeno più una frase, una lettera, un cazzettino, un cuoricino, chissà perché. L’idea che dovremmo poter scegliere direttamente un premier europeo e votare liste comuni. L’insopprimibile voglia di voler votare per il partito socialista spagnolo.

Luca Di Ciaccio • 8 giugno 2009


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