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Non sono una signora

Quando Loredana Bertè sale sul palco del suo concerto sorride a metà, come guardasse il mare d’inverno. Non ha una band, solo vecchie basi registrate. Ha un enorme cappello a fiori, una minigonna di jeans, un mantello nero fatto di capelli, si regge in piedi a fatica. Il palco da lassù è come un precipizio. Tra una canzone e l’altra sgrana il suo rosario di litanie, evocando Bin Laden e l’ex marito milionario Borg, passando per Cicciolina, maledicendo non si sa bene cosa, raccontando della sua casa dove vive barricata e sola, i resti di giornate e notti insonni, insultando i vicini di casa che chiamano la polizia o forse direttamente la Cia, ricordando quella volta che “pensavo di sta a’ Brescia e invece stavo a Hong Kong”, imprecando contro un fonico che “faceva le pulizie di Pasqua” del suono, non lasciando il giusto riverbero. Noi siamo lì, pubblico crudele, ad ascoltare la canzoni ma anche ad aspettare la scivolata, la caduta, il declino, la rovina.  Loredana, con forza disumana, prova a scacciare il passato e a convincersi che il presente abbia un senso. Le fa schifo tutto quel che è fuori dal suo palco. Anche quel palco che non riesce ormai più a somigliarle, colpa del fonico, colpa delle luci: niente le somiglia. Nel frattempo va avanti, una canzone dopo l’altra. E nonostante tutto lascia il segno. Urla, adesso, con la sua voce leggendaria e roca. Lei è oltre, vive in un altro mondo fatto di altre cose. I ricordi, i fantasmi. Ci mostra la foto attaccate con lo scotch su una cartellina che non contiene solo i testi delle canzoni, ma anche la sagoma di un biondo dio svedese dai capelli lunghi che giocava a tennis come se non avesse fatto altro nella vita, o il viso di una sorella dalla voce perfetta quasi come la sua sfortuna, e poi altre cartoline appiccicate a caso, schegge impazzite, Renatino Zero e  Che Guevara, e tutti i “maestri o mostri di vita”.

Il pubblico applaude, le fa il coro di “sei bellissima”, forse le regala quindici secondi di inutile felicità, però è anche infastidito da queste sue frasi lasciate a metà, da questa sua esuberanza catatonica, vorrebbe sentirla cantare e basta. In fondo al pubblico italiano il vivere pericolosamente non è mai piaciuto tanto: qui la vita spericolata è ganza solo fino ai trenta, poi bisogna smettere o almeno fingere di, e andare in tivù a fare i testimonial del ravvedimento, esortando i giovani alla continenza sessuale, alla droga solo se leggera, al bicchiere di vino ma solo nei pasti. Ma lei non è una signora: se nel suo albergo manca l’acqua calda tira i piatti addosso, poi dice che la musica è arte e degli artisti bisogna avere rispetto perché sono gente che soffre. Adesso le esce quella vocina da ninna nanna che non sembra neanche sua. Parla ancora, pensieri sbrindellati, racconta di quella volta alla Casa Bianca, a cena con Bush padre e il giovane Osama, “casting di comparse di infinite farse è la storia” come cantava in quella sua canzone. Riemergono, come isole nel mare di un senso perduto, le canzoni. “E la luna bussò”, “Il mare d’inverno”, “Dedicato”, “Mi manchi”, “Sei bellissima”, e quella cover di Luigi Tenco, “Ragazzo mio”. Tenco, Tenco: qui muore tutto, perfino in un festival di Sanremo si muore. Alla fine cantiamo ancora con lei, ci emozioniamo sul serio. Non vince chi voleva godersi interamente la disfatta, il grand guignol, invece restiamo soprattutto frastornati, con la sensazione di aver perso qualcosa. E quando Loredana se ne va, dopo aver annunciato una canzone che non canterà mai, noi tutti saremmo curiosi di vedere i suoi occhi, per tutta la sera nascosti da lenti che vorrebbero essere da diva, e sembrano da non vedente. In fondo al palco c’è sempre una luce a segnalare quanto sia fitta l’ombra.

concerti

Luca Di Ciaccio • 19 luglio 2009


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